L’uomo è un animale sociale

“Anthropos politicòn zòon estì”: l’uomo è un animale politico. Questo scriveva Aristotele (384 – 322 a.C.) nel suo “La Politica”, volendo affermare che l’uomo è per natura portato ad aggregarsi in gruppi e a condurre una vita comunitaria. Ciò che, secondo l’insigne filosofo greco, differenzia i gruppi di uomini da quelli degli altri animali è la presenza, nei primi, degli aspetti organizzativi. Inoltre, il fatto che la necessità di aggregazione sia spontanea e naturale implica che vi sia una certa gradualità nella sua realizzazione: innanzi tutto la famiglia, nucleo naturale dei processi di aggregazione sociale, costituita da genitori, figli e schiavi; quindi il villaggio; infine la pòlis – la città, lo Stato.

Se ci si sofferma a riflettere anche pochi secondi, i concetti espressi da Aristotele sono più che mai attuali: chiunque di noi può dichiarare la propria appartenenza ad un gruppo, iniziando, molto probabilmente, da quello familiare e amicale.

Iniziamo proprio dagli amici. Nella parte centrale di un foglio provate a scrivere in ordine sparso i nomi dei vostri amici più stretti e cari e aggiungete anche il vostro; quindi, disegnate una linea che colleghi due nomi se ritenete che quelle due persone siano molto amiche anche fra loro. Ciò che otterrete è un “grafo” o “rete” delle vostre amicizie: in esso i nomi sono chiamati “nodi”, mentre le linee sono dette “archi”, “collegamenti” o “link”. Ora, immaginate di aggiungere sul foglio i nomi degli amici più cari dei vostri amici e create nuovi collegamenti nel modo già descritto: probabilmente il vostro nome sarà collegato solamente a pochi altri nomi e ci saranno persone che non conoscerete affatto. Dal grafo così ottenuto, però, potrete verificare quale percorso dovreste seguire per poter parlare con una persona a voi completamente sconosciuta e di quanti intermediari avreste bisogno a tale scopo. In altri termini, potrete rendervi conto che una distanza apparentemente incolmabile (fra due persone che non si conoscono affatto) nella realtà non è poi così ampia: il mondo è più piccolo di ciò che possa sembrare.

Lo scorso 2 agosto il Corriere della Sera titolava: “Il mondo è piccolo, provata sul web la teoria dei 6 gradi di separazione”. Secondo questa teoria – sviluppata dallo psicologo Stanley Milgram negli anni ’60 – ogni persona può essere collegata con qualsiasi altra attraverso una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari (dunque, sei archi separerebbero le due persone). Il titolo del quotidiano si riferisce alla rete degli utilizzatori di Messenger, il software di Microsoft che consente di inviare messaggi istantanei ad utenti Internet: in questa rete esiste un arco fra due utenti se questi scambiano fra loro messaggi di testo. Secondo l’articolo attraverso un monitoraggio continuo durato due anni i ricercatori hanno trovato che il numero medio di passaggi necessari per connettere 180 miliardi di diverse coppie di utenti del sistema è poco più di sei (in particolare 6,6). Certo, esistono coppie che per essere connesse hanno bisogno di un numero di intermediari ben superiore (anche 28), ma è sorprendente sapere che potremmo, comunque, essere in grado di contattare qualunque altro utente sul globo attraverso appena cinque intermediari.

I risvolti della nostra attitudine come esseri umani ad aggregarci in reti di varia natura sono molteplici e vanno ben al di là di ciò che si potrebbe pensare in prima battuta: un esempio è costituito dalle strategie che possono essere seguite per la lotta alle epidemie virali, come quelle generate dal vaiolo, ormai dichiarato eradicato già dal 1979. La lotta al vaiolo ha avuto successo anche grazie ad una nuova strategia di attacco messa a punto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e lanciata a partire dal 1° gennaio del 1967.

Fino a quel momento si era perseguita la strada della vaccinazione a tappeto dell’intera popolazione mondiale, ma coperture vaccinali della popolazione anche molto elevate (80%-90%) non si dimostravano comunque sufficienti a contenere le epidemie, che continuavano a diffondersi ciclicamente, soprattutto nelle aree ad alta densità di popolazione. Nel 1966 in Nigeria, regione nella quale la popolazione già vaccinata raggiungeva il 90% del totale, scoppiò una nuova epidemia di vaiolo. Le scorte ridotte di vaccino costrinsero l’OMS ad ideare una nuova strategia per contenere e debellare l’epidemia. Innanzi tutto, le autorità locali furono impegnate nel localizzare e nell’isolare prontamente i villaggi colpiti, che sarebbero, poi, stati vaccinati con le scorte residue. In secondo luogo, del 10% della popolazione non ancora coperta da vaccino vennero vaccinate solamente le comunità che, per il loro stile di vita, erano maggiormente “connesse” con il resto della popolazione (ossia legate con un numero maggiore di altre comunità) e, quindi, più passibili di diffondere il virus. Questa strategia, accoppiata ad un vaccino affidabile, permise di raggiungere per la prima volta nella storia la completa eradicazione di un virus: l’ultimo caso di decesso da vaiolo risale, infatti, al 26 ottobre 1977 in Somalia.

Da questo esempio si può facilmente dedurre l’importanza dell’analisi e della misurazione delle relazioni e dei flussi che si instaurano tra persone, gruppi, organizzazioni, etc.: questo studio è dominio della Social Network Analysis (SNA), metodologia sviluppatasi a partire dai contributi di Jacob Levi Moreno, padre della sociometria. Nell’approccio adottato dalla SNA la società è, dunque, vista come insieme di individui (nodi della rete) più o meno connessi gli uni agli altri attraverso una rete di relazioni (archi della rete).

La rappresentazione delle relazioni mediante rete e l’utilizzo di tecniche tipiche della teoria dei grafi rende possibile, poi, condurre una serie di analisi, volte ad evidenziare le caratteristiche della specifica rete considerata. Ad esempio, ci si potrebbe chiedere quale nodo della rete abbia il maggior numero di collegamenti diretti con gli altri nodi; oppure quale nodo faccia da ponte fra due gruppi di nodi che, altrimenti, non potrebbero mai essere connessi; ancora, si può indagare quale nodo possa raggiungere tutti gli altri con il percorso più corto possibile e possa essere considerato, quindi, maggiormente centrale. Questo per citare solo alcune tipologie di possibili analisi.

È chiaro che uno studio dei fenomeni sociali impostato su queste basi consente applicazioni in numerosissimi campi, compresi quelli aziendali. Al di là delle relazioni formali, attestate dagli organigrammi aziendali, è di fondamentale importanza conoscere la rete dei rapporti informali che sussistono fra le persone che lavorano in un’organizzazione. Si pensi, ad esempio, ad un contesto aziendale nel quale si intenda promuovere la condivisione di conoscenze fra gli agenti: in una tale situazione sarebbe importantissimo capire se gruppi che dovrebbero comunicare fra loro sono effettivamente connessi o se persone che posseggono competenze fondamentali non risultino, al contrario, isolate. Ancora, volendo promuovere un cambiamento all’interno dell’organizzazione si potrebbe cercare di individuare le persone che, in quanto rappresentative di interi gruppi, possono maggiormente favorire la diffusione del cambiamento all’interno dell’intera rete aziendale. Ancora, è possibile individuare colli di bottiglia che bloccano il fluire delle informazioni. Inoltre, al di là dei talenti degli individui che ne fanno parte, sono le relazioni fra le persone e l’intersezione fra le loro competenze a decretare la bontà di un team di lavoro: così, come nello sport, team costituiti da validissimi esperti che non comunicano volentieri fra loro rischiano di avere una performance decisamente peggiore di team di persone non altrettanto esperte ma fortemente coese.

Anche la capacità di innovazione può essere influenzata dalle relazioni, soprattutto quando queste si instaurino e rafforzino fra gruppi disciplinari con competenze differenti: infatti, il confronto con realtà diverse porta molto spesso a riconsiderare realtà date per assodate e a vedere i problemi sotto una nuova prospettiva, così come può mettere in evidenza possibilità di intersezione delle competenze che nessuno dei gruppi coinvolti avrebbe mai sospettato.

Dunque, puntare sempre sulle relazioni, ma con attenzione al loro utilizzo: sembra che le informazioni personali che molti giovani tra i 14 e i 21 anni stanno diffondendo su siti di social networking potranno, un giorno, rischiare di danneggiarli nella ricerca di un lavoro. Circa il 71% di loro dichiara, infatti, di non voler essere oggetto di una ricerca da parte dei college o di aziende prima di aver avuto il tempo di rimuovere un po’ di materiale.