Dal Caos alla forma, ovvero: creatività e business

Nella mitologia greca il Caos costituiva il “principio”, una massa informe di tutti gli elementi della natura, da cui ha avuto origine il mondo. Nella moderna teoria dei sistemi il caos fa riferimento non tanto al disordine totale, quanto a sistemi perfetta- mente ordinati che manife- stano però una estrema sen- sibilità alle più piccole per- turbazioni. La descrizione completa del comportamen- to di tali sistemi richiedereb- be un enorme, al limite infi- nito, ammontare di informa- zioni. Esso può tuttavia es- sere rappresentato in forma facilmente comprensibile dalla visualizzazione del movimento di un sistema in un paesaggio di valli, colli- ne, precipizi, punti di sella, che costituiscono la riprodu- zione grafica dei sottostanti sistemi di equazioni.

Tutto ciò acquista ulteriore interesse se si pensa che uno dei più antichi ed efficaci modi di comprendere noi stessi e l’essenza della natu- ra passa proprio attraverso rappresentazioni pittoriche come i mandala, la sacra geometria della Divina Commedia, l’albero del mondo, il serpente che mor- de la sua coda. Carl Jung ha fatto riferimento a queste immagini come ad archetipi dell’inconscio collettivo.

La natura caotica dell’espe- rienza è stata catturata in modo analogo nelle opere di grandi artisti, che hanno portato la pittura a formida- bili livelli di rappresentazio- ne del mondo: la calibrazio- ne, l’accostamento, la lumi- nosità e la saturazione dei colori, le prospettive irreali, le atmosfere oniriche tra- sportano la mente dell’os- servatore calamitandone l’attenzione e trascinandolo alle frontiere del suo incon- scio, luogo da cui si può meglio percepire l’essenza della realtà. Con queste ope- razioni creative gli artisti riconducono il caos a forme comprensibili, anche se non deterministiche e prevedibi- li.

si ritrovano nell’attività di impresa, che dà forma a percezioni, bisogni ed e- mozioni attraverso l’uso di capitali e persone, in con- testi in cui l’orizzonte tem- porale di previsioni affida- bili si fa sempre più ristret- to o manca del tutto, a cau- sa della forte sensibilità all’indeterminazione ini- ziale sulla conoscenza del sistema, in un mondo in cui l’insieme delle possibi- li evoluzioni diventa sem- pre più complesso. Anche in questo caso, un processo fortemente creativo.

Se si prova a caratterizzare il processo creativo ci si accorge di quanto lontano dalla realtà sia il “mito del genio”, secondo il quale la creatività è caratteristica di individui straordinari dota- ti di altrettanto straordinari poteri mentali (un esempio classico è nelle rappresen- tazioni teatrali e cinemato- grafiche della vita di Wol- fgang Amadeus Mozart, dipinto come un individuo immaturo e asociale che, lavorando in una condizio- ne di quasi ipnotica frene- sia, riesce a produrre straor- dinarie composizioni). La concezione della creatività come illuminazione è fuor- viante. Infatti in tutti i setto- ri, dalla creazione artistica alla definizione di business ideas, alla scoperta scienti- fica e all’invenzione, la produzione del “nuovo” richiede soprattutto metodo e fatica: prove, correzioni, esperimenti ripetuti fino alla noia (Thomas Edison ha detto: “genius is 1 per cent inspiration and 99 per cent perspiration”).

Ma da dove nascono le ide- e? Il processo di generazio- ne non è solo e semplice- mente racchiuso nelle menti dei “creativi”, ma nasce dall’interazione tra tre ele- menti: l’intuizione, la per- cezione e il talento, caratte- ristiche dell’individuo; i metodi, le pratiche, le espe- rienze accumulate caratteri- stiche di uno specifico do- minio; i soggetti che costi- tuiscono il sottoinsieme sociale di riferimento e per i quali la “creazione” ha va- lore (che può di volta in volta essere identificato, ad esempio, negli appassionati d’arte o in un segmento di mercato). Ma la cosa più importante è che, per quanto strano possa sembrare, il processo creativo è sempre lo stesso e ha le sue radici nei processi cognitivi che tutti, quotidianamente, utiliz- ziamo.

Alcuni esempi ci aiuteranno non solo ad inquadrare la creatività nella sua corretta dimensione, ma anche a ca- pire cosa possiamo fare se vogliamo migliorare tale capacità a livello individuale e collettivo.

Nel 1907, a 25 anni, Pablo Picasso dipinge Les Demoi- selles d’Avignon. Avignone, in questo caso, non è la città francese, ma una strada di quello che oggi definiremmo il “quartiere a luci rosse” di Barcellona. Il quadro rappre- senta cinque donne, selvag- giamente distorte nelle facce e nei corpi. La distorsione delle immagini non era nuo- va nelle arti figurative, ma mai era stata portata a questo livello. I visi deformati sem- brano separati dal resto del corpo. Un motivo a losanga permea la scena e sembra l’elemento compositivo fon- damentale. Una delle donne sembra guardare nella dire- zione dell’osservatore, ma dà la sensazione di essere vista da dietro, come se la testa fosse girata ad un ango- lo impossibile. Il quadro in- clude, in basso al centro, una natura morta che richiama alcuni elementi geometrici delle figure umane e, proten- dendosi verso l’osservatore, gli dà l’impressione di essere all’interno della scena.

I vari studi sulla realizzazio- ne del dipinto (bozzetti, raggi x, ecc.) ne hanno evidenziato la lunga gestazione e il modo complesso con cui la versio- ne finale ha preso forma dal- l’idea iniziale. Non è rintrac- ciabile alcuna evoluzione dalle opere precedenti di Pi- casso: è un salto totale. Però, nonostante costituisca una discontinuità completa, si possono rintracciare gli ele- menti che l’hanno generata. Innanzi tutto l’esposizione all’arte primitiva iberica; inoltre, richiami a vari ele- menti contenuti nei lavori di Paul Cézanne e, naturalmen- te, del grande contemporaneo di Picasso, Henri Matisse. L’opera coglie tutti di sorpre- sa con un impatto emozionale senza precedenti. E tuttavia con questo quadro Picasso dà forma a tendenze e sperimen- tazioni già presenti da tempo che immediatamente si con- cretizzano nella nascita del cubismo, come se la comuni- tà artistica fosse già pronta e attendesse solo lo stimolo giusto. Inizia un’epoca nuo- va per le arti figurative in cui segnali, fino ad allora apparentemente disordinati e privi di uno schema di interpretazione comune, si combinano in un nuovo importante movimento arti- stico e culturale.

Nel 1915 Albert Einstein pubblica la teoria della Re- latività generale, estensione della teoria della relatività ristretta proposta dieci anni prima. Era una teoria rivolu- zionaria, che inizialmente destò molto scetticismo perché derivava da ragiona- menti matematici ed esperi- menti esclusivamente men- tali, non da osservazioni o misurazioni. E tuttavia le conferme della teoria si so- no susseguite velocemente negli anni, contribuendo alla comprensione di fenomeni non spiegabili alla luce della fisica tradizionale. La fama di Einstein dilagò in tutto il mondo, superando quella di qualunque altro scienziato della storia. Il suo nome divenne ben presto sinoni- mo di genio e creatività. La rivista Time nel 2001 lo ha indicato come il singolo individuo che ha più in- fluenzato la storia del XX secolo.

Un nuovo paradigma scienti- fico nasce in modo non dissi- mile da una grande opera d’arte, e ha in fondo lo stesso ruolo: dare forma al caos. Infatti, noi crediamo in gene- rale di vivere in un mondo perfettamente ordinato, retto da leggi naturali ben definite che siamo in grado di descri- vere, di comprendere e di volgere a nostro favore. Poi, gradualmente, emergono fenomeni che le teorie esi- stenti non riescono a spiega- re; esperimenti resi possibili da nuove tecnologie produ- cono risultati imprevisti e incomprensibili; gli strumen- ti di cui disponiamo perdono il loro potere predittivo. La nostra esperienza del mondo ci rinvia allora un universo non più retto da leggi elegan- ti e precise, ma caotico e disordinato. Finché, final- mente, qualcuno riesce a raccogliere e a dare significa- to a questi segnali in una nuova teoria scientifica con una più ampia capacità espli- cativa: il mondo acquista un nuovo ordine e, almeno per un po’, ci sembrerà ancora di vivere in un sistema perfetta- mente prevedibile.

All’inizio degli anni ‘20, dopo due decenni di straordi- nari incrementi di produttivi- tà, la spinta propulsiva del fordismo inizia ad esaurirsi. Si sperimentano variazioni adattative nei modelli di pro- duzione, ma senza risultati rilevanti, finché, nel 1923, Alfred Sloan, ingegnere elet- trotecnico laureato al MIT, inventa e applica l’organizza- zione divisionale, un nuovo paradigma organizzativo che, sulla base dei grandi successi conseguiti alla General Mo- tors, inizia a diffondersi tra le grandi imprese nordamerica- ne. Sloan racchiude nel suo modello i segnali provenienti da vari tentativi di cambia- mento oltre che dal disagio crescente dovuto alla centra- lizzazione estrema del fordi- smo, e cambia per sempre il modo di concepire l’organiz- zazione del lavoro e il management. Ancora una volta, una mente creativa per- cepisce segnali apparentemen- te caotici e li trasforma in un paradigma in cui acquistano un significato forte. La dire- zione d’impresa diventa un’- attività codificata. Nascono la professione di “manager” e le relative scuole (non è certo un caso che la scuola di management del MIT sia inti- tolata ad Alfred Sloan). Il mondo del business trova un nuovo ordine.

Nel 1980 Tim Berners-Lee, un giovane informatico ingle- se, trascorre sei mesi al CERN come consulente nel campo dell’ingegneria del software. Per facilitare lo scambio e l’aggiornamento dei documenti contenuti nelle memorie delle decine di com- puter del Centro scrive un programma che chiama En- quire (abbreviazione da En- quire Within Upon Ever- ything, una enciclopedia per ragazzi che lo aveva affasci- nato da piccolo) in grado di immagazzinare e cercare in- formazioni utilizzando asso- ciazioni casuali. Qualche anno dopo torna al CERN, che nel frattempo era diventa- to il più grande nodo Internet del mondo, con un borsa di studio. I calcolatori erano tutti collegati in rete, ma la diffi- coltà di localizzare i docu- menti, insieme alla coesisten- za di diversi standard hardware e software, creava una confusione totale. Basan- dosi sui concetti messi a pun- to per Enquire sviluppò un linguaggio (HTML, Hyper- Text Mark-up Language) destinato a diventare la lingua franca del Web; progettò un sistema di indirizzamento delle pagine Web (URL, Uni- versal Resource Locator); mise a punto un protocollo per permettere il trasferimen- to di informazioni in qualun- que formato tra computer collegati ad Internet (HTTP, HyperText Transfer Protocol); infine, realizzò il primo browser per permettere agli utenti di accedere alle pagine desiderate. Il 6 agosto 1991 il primo sito Web, residente sui computer del CERN, debuttò in rete. Istantaneamente il caos del “cyberspazio” acquisì chia- rezza e ordine. Da quel mo- mento, il Web e Internet creb- bero insieme a tassi esponen- ziali. Ancora una volta un’idea creativa aveva trasformato una realtà caotica e disordinata in un prodotto di straordinario valore: il più grande mass medium che il mondo avesse mai visto e una straordinaria miniera di informazioni e co- noscenza.

Insomma i prodotti del pensie- ro creativo si basano su esperi- menti, conoscenze, esperienze, accumulate da generazioni di artisti, scienziati, ingegneri, manager (a seconda del setto- re) che lavorano all’interno di grandi comunità di cultori che contribuiscono alle loro stesse discipline. Ciò fa sì che ad un certo tempo le nuove idee siano “nell’aria”, come frutti maturi che aspettano di essere colti: si tratta solo di vedere chi è più bravo e più veloce a percepirle e a svilupparne con metodo e rigore le conseguen- ze. Questo fenomeno è parti- colarmente evidente nella sto- ria della scienza e della tecno- logia: alcune tra le più note scoperte e invenzioni sono state realizzate quasi simultane- amente e indipendentemente da numerosi studiosi. Tutti cono- scono il caso del telefono, in- venzione rivendicata da Meuc- ci, Bell e Gray. Meno noto ma più stupefacente è il caso della scoperta di Hyperion, il settimo satellite di Saturno, effettuata addirittura nella stessa notte dagli astronomi W. C. Bond e W. Lassel; per non parlare della teoria evoluzionista, formulata contemporaneamente da Char- les Darwin e Alfred Wallace (lo stesso Darwin, leggendo un articolo di Wallace, commentò: “non ho mai visto una coinci- denza così straordinaria; se egli avesse avuto i miei appunti, non avrebbe potuto farne un sunto migliore!”). In anni più recenti si può menzionare la risonanza magnetica nucleare, osservata indipendentemente e simultaneamente da Purcell, Torrey e Pound ad Harvard e da Bloch, Hansen e Packard a Stanford.

La creatività nasce allora, al di là del talento e della passione individuale, dalla capacità di percepire e dare significato ai segnali che rivelano gli elemen- ti latenti di una nuova idea. Si tratta di “segnali deboli” di difficile interpretazione, spesso apparentemente contraddittori, che appaiono di solito mentre il pensiero corrente è dominato da paradigmi che non hanno anco- ra esaurito la loro carica esplicativa e il loro valore di riferimento. Solo una mente dotata di grande immagina- zione, ma anche educata e allenata, può riuscire, con metodo e costanza, a corre- larli in una mappa, anche parziale ma significativa, della realtà, del futuro e dei modi per modificarlo. Per questo, come diceva Einstein “l’immaginazione è più im- portante della conoscenza”. Per questo, come prima di lui sosteneva Kant, la creatività è il prodotto del confronto tra immaginazione e ragione.