Inverosimile favola o tragica realtà?

Una sera di pioggia, tornando a casa dal lavoro, piena di pacchi e di stanchezza, dopo una giornata passata tra uffici, segretariati, dirigenze, comitati ecc, in preda ad un feroce mal di testa, incontrai sulla porta della mia abitazione un vecchio signore di indefinibile età, con una lunga barba e i capelli bianchi, bello e di nobile aspetto: “Buonasera signora, posso parlare con lei?”. Senza aspettare risposta cominciò a narrare una favola.

“Nell’isola di Eubea, benedetta dagli dei, ubertosa di messi, frutteti e boschi ombrosi, ricca di ogni specie di animali domestici e selvatici, viveva, nei tempi dei tempi, un contadino di nome Clazomene che coltivava, con i suoi figli e le loro famiglie, un grande frutteto nelle fertili pianure del fiume Lelantos. Ogni mattina Clazomene, un uomo felice e timorato degli dei, coglieva dagli alberi carichi di frutti cento dolcissime mele che andava a vendere nella vicina città di Calcide dalle possenti mura. Adiacente alla porta della città, allora governata da un re di nome Achilykos, vi era il piccolo edificio della dogana dove il doganiere, Antistene, burbeo e forzuto, prelevava dieci mele, giusta tassa imposta dal re, e faceva passare il carro che Clazomene prontamente portava al mercato. Vendute in poco tempo le rimanenti novanta mele, tornava a casa, ringraziando gli dei. Il doganiere Antistene aveva un figlio di nome Stratofone, strafottente e di modi poco urbani, che, proprio a causa di questo caratteraccio, non trovava lavoro alcuno. Decise quindi di recarsi dal re e giunto di fronte al trono disse: Gli dei ti concedano lunga vita, o Achilykos, signore forte e saggio. Io ti ho sempre fedelmente servito, ma sto divenendo vecchio. Concedimi pertanto un aiuto acciocché continui a servirti nel mi- gliore dei modi riscuotendo le gabelle in tuo nome.

Sia fatto come desideri disse il re.
Il giorno dopo, infatti, Clazomene dovette dare non più dieci mele di gabella, bensì quindici: i gabellieri erano due e il tempo di ingresso era raddoppiato perché tutti e due avevano dovuto perlustrare il carico. Tuttavia, felice e contento, Clazomene raggiunse il mercato dove vendette in breve tempo le restanti mele e tornò a casa, senza mai dimenticarsi di ringraziare gli dei.

Ma Antistene aveva anche un cognato, marito della sorella, che aveva perso un occhio durante una rissa alla taverna un giorno in cui era particolarmente ebbro, sebbene egli spacciasse tale menomazione come eroica ferita della guerra conto i Persiani. Con il permesso del sovrano, considerata la spacciata eroica invalidità di Glaucone (tale era il nome del cognato), Antistene associò anche lui alla dogana.

Il giorno dopo Clazomene dovette lasciare nelle mani dei tre doganieri non più quindici, ma venti mele. E per poter avere un certo guadagno dovette aumentare il prezzo a tre oboli lo stazmio. Impiegò più tempo a vendere le rimanenti mele, ma alla fine, essendoci riuscito, ringraziò gli dei e fece ritorno, perplesso, a casa.
Dopo qualche tempo Stratofone andò dal padre e disse: Padre mio, se vi è al mondo un figlio devoto, quello sono certamente io. Ma tu mi ricompensi associandomi a quell’ebbro mentitore dello zio. Orbene io valgo molto più di lui e quindi esigo che tu provveda acciocché io abbia un grado quasi uguale al tuo e quindi sia io a comandare. Tornò allora Antistene dal re e disse: Sovrano potente che onori il tuo nome incutendo terrore a chi ti è nemico, il tuo servo ti prega acciocché possa aprire presso la dogana un nuovo ufficio: quello del palpatore di mele. Non c’è mai stato, è vero, ma per la salute dei tuoi sudditi è necessario che le mele siano palpate e giudicate idonee al consumo. Qualche tempo fa mi dicesti che Eurisimmaco, a te assai caro, cercava un lavoro. Quindi potremmo porre a capo del nuovo ufficio mio figlio Stratofone e affiancare a lui il tuo Eurisimmaco.

Si faccia come proponi! acconsentì il re.
Il giorno dopo Clazomene sostò a lungo sotto il sole di Calcide davanti alla dogana e ben trenta mele passarono nelle mani dei doganieri. Ci mise molto tempo quel giorno a vendere le mele rimanenti anche perché dovette alzare il prezzo di un ulteriore obolo e la frutta, dopo la sua permanenza sotto il sole, non appariva poi così fresca come i giorni precedenti.

Dopo qualche tempo il re chiamò Antistene e gli disse: Antistene, protetto da Ermes e come lui malandrino, possa il dio dei trivi esserti sempre propizio. Il bel Filebo, callipigio che procede ancheggiando, canticchiando laide canzoncine è sicuramente persona riprovevole, ma a me molto cara. Vorrei che si trattenesse in città e per far ciò occorre trovare a lui un posto che da un lato gli consenta un buon reddito e dall’altro non lo impegni troppo nel lavoro.

Benissimo! replicò Antistene ho la soluzione conveniente; istituiremo il servizio di pesatore di mele ed in tal modo saremo certi di poter fornire al pubblico la sicurezza integrale del prodotto normata e certificata. Però, sovrano amatissi- mo, debbo chiederti un ulteriore favore. Con tutti questi nuovi uffici lo stabile della dogana è effettivamente troppo piccolo. Concedimi allora di acquistare a tuo nome anche l’edificio vicino, abbatterli tutti e due e costruire una nuova sede con marmi di Samo ed alabastro proveniente dalle terre dei tirreni. Mentre la sede sarà in costruzione potremo, provvisoriamente spostarci, affittandola a congruo prezzo, nella casa di Adimanto che come ben sai mi è cugino ed a te devotissimo! Va bene, proprio bene! annuì il re.

Il giorno dopo Clazomene sostò a lungo davanti alla dogana, un po’ perché con i lavori in corso ed il cambio di sede le operazioni andavano a rilento, e un po’ perché dovette sottostare a nuove e lunghe procedure. Fu costretto a lasciare quaranta mele nelle avide mani dei gabellieri e non gli fu facile vendere le restanti sessanta, che ormai costavano ben una dracma ogni stazmio. A tarda sera fece ritorno alla sua casa, avvilito e senza ringraziare gli dei. Ben cinquanta mele dovette pagare il tapino quando fu inaugurato il nuovo palazzo della dogana scintillante di marmo e di alabastro.

Allora disperato corse ad interpellare l’oracolo di Delfi. Rispose a lui il dio dall’arco infallibile: O Clazomene, giusto e devoto agli dei, terribile situazione è la tua e senza via di uscita. Anche se tutti gli abitatori dell’Olimpo volessero venirti in soccorso poco o nulla potrebbero contro il mostro che ti opprime. Esso si chiama “burocrazia” e da se si alimenta, si riproduce e si governa. E, come orrenda monade, tutto contiene; e comprende se stessa con un linguaggio che solo agli iniziati è comprensibile. Non opporti a loro Clazomene o ti ritroverai povero e lacero a pietire un obolo sotto il tempio della mia amata sorella Atena. Torna al tuo lavoro, povero mortale e spera solamente che il fato benigno ti dia fruttuosi raccolti onde poter mantenere la tua famiglia e pagar le gabelle. E che burocrati meno avidi e sovrani più giusti governino la prospera terra di Eubea!

Tornò sconsolato Clazomene alla sua casa, lavorò di più, guadagnò di meno, ringraziò raramente gli dei e a loro sacrificò con molta minor frequenza. Ma gli dei, comprensivi, non se ne ebbero a male”.

Il vecchio sorrise e si presentò: “ Mi chiamo Esopo e racconto favole”. Con passo lento scomparve nella pioggia. Avevo capito tutto e il mal di testa era scomparso.