Il caso e la fortuna

ovvero come affrontare le sfide e cogliere le opportunità.

Nella vita quotidiana pochi si pongono consapevolmente il problema di come affermare la propria personalità, costruire il proprio futuro, progredire nel lavoro, mantenere buone relazioni con la famiglia, gli amici, i colleghi, i vicini di casa. Esistono individui che dispongono delle stesse risorse, capacità e opportunità e che però, da condizioni identiche, ottengono risultati completamente diversi in termini sia oggettivi (successo, carriera) sia soggettivi (autopercezione, soddisfazione, senso di realizzazione e felicità). Le persone che sembrano dotate del particolare talento di valorizzare qualunque anche minima opportunità e che sembrano riuscire senza fatica nelle attività che intraprendono vengono spesso definite come “fortunate”; molti concordano anche sul fatto che nella vita (personale, professionale e di relazione) il 50% dei risultati dipende dalla fortuna.

In realtà le persone che consideriamo fortunate sono quelle che riescono a mantenere il controllo su se stessi e a esercitare influenza sugli altri. Prendiamo, come esempio, un giocatore di poker; anzi, un fortunato giocatore di poker. Se è considerato fortunato vuol dire che vince la maggior parte delle volte (nessuno può vincere sempre), anche quando le carte non gli sono favorevoli, attraverso una superiore tecnica di gioco, basata sulla capacità di leggere le intenzioni e le paure degli altri giocatori, di influenzarne le percezioni, di controllare le proprie manifestazioni emotive, di memorizzare la storia di una partita e metterla statisticamente a frutto, di riconoscere quando un bluff può risultare vincente. Allora, se il nostro giocatore partecipa a molte partite, per la legge dei grandi numeri le sue probabilità medie di avere carte buone saranno uguali a quelle di tutti gli altri; tuttavia, vincerà più spesso di quanto sia prevedibile statisticamente, non per fortuna ma per abilità.

Quindi, se è il caso a distribuire le carte della vita, sta a ciascuno di noi metterle a frutto. Certo, si verificano purtroppo anche gravi rovesci e sciagure da cui è difficile riprendersi, ed è evidente che queste considerazioni non possano essere estese a tali casi. Tuttavia, in assenza di singolarità, cioè di eventi non ripetibili che determinano conseguenze “catastrofiche” (in positivo o in negativo: ad esempio, compro un unico biglietto e vinco la lotteria; oppure, vengo coinvolto in un terremoto) per la maggior parte delle persone, è sensato ipotizzare che il caso distribuisca nel lungo periodo in modo abbastanza uniforme opportunità favorevoli e avversità. Da qui, forse, la famosa considerazione del 50% di successi attribuito alla fortuna. Noi però preferiamo interpretare la relazione tra caso e fortuna come nella figura.

Il diagramma è suddiviso in due aree. L’area inferiore è quella delle opportunità; l’area superiore è la zona delle avversità. Le due aree hanno uguale dimensione secondo l’ipotesi di distribuzione al 50%. Sulle ordinate del diagramma sono riportati i “risultati vincenti”, cioè realizzazioni positive dal punto di vista della soddisfazione personale, di autostima, di successo professionale, di carriera, ecc. (insomma in termini compatibili con l’ambiente di riferimento: famiglia, lavoro, amicizie, ecc.). Sulle ascisse abbiamo invece le abilità individuali tra cui, evidentemente, un ruolo importante rivestono quelle relative alla motivazione e alla gestione delle emozioni e delle relazioni interpersonali.

Possiamo allora definire “sfigate” le persone le cui abilità individuali sono insufficienti persino nelle circostanze favorevoli, che quindi non riescono a sfruttare. Un’altra categoria è fatta di coloro che “seguono la corrente” senza fare particolari sforzi, ma solo con un po’ di attenzione, e che sono qui definiti “remi in barca”; questi “vincono” mediamente quando hanno le carte buone, ma solo in questo caso. Infine, quelli che riteniamo fortunati sono coloro che non solo sfruttano tutte le occasioni favorevoli, ma riescono a vincere anche in una buona parte di quelle sfavorevoli.

Se vogliamo collocarci nella parte alta del diagramma (cioè “essere fortunati”) dobbiamo in primo luogo motivare noi stessi. Quante volte ci siamo sentiti impotenti anche di fronte a problemi di portata relativamente modesta e completamente sotto il nostro controllo? Parlo del fumo, del sovrappeso, di abitudini poco salutari.

Figuriamoci poi quando ci troviamo di fronte a problemi apparentemente più grandi di noi: l’organizzazione della struttura per cui lavoriamo, i comportamenti dei nostri colleghi, parenti, vicini, il funzionamento di un servizio che ci interessa, ecc.

La sensazione di impotenza è generata da routine mentali di protezione, che si sono sviluppate geneticamente per allontanarci spontaneamente dal dolore, o da tutto ciò che può disturbarci anche solo psicologicamente, e avvicinarci al piacere, o almeno a ciò che ci sembra più confortevole o comunque ci disturba di meno. Il problema è che queste routine, come tutte quelle basate sull’intuito più che sulla ragione, sono adatte più per il breve che per il lungo periodo. E’ evidente che in un’ottica di breve periodo ci renda più felici bere un bicchiere di più, mangiare un bel fritto misto, oziare sul divano di fronte a una partita o un bel film invece che metterci a dieta e andare in palestra; ma nel lungo periodo le cose sono purtroppo diverse. Oppure è meno spiacevole accettare una situazione sgradevole in ufficio invece di affrontarla subito (cosa che nel medio periodo ci ripaga con frustrazioni e stress).

Secondo Martin Seligman, psicologo americano fondatore della “psicologia positiva”, si rinuncia a reagire, a prendere iniziative per evitare di ripetere l’esperienza dolorosa dei fallimenti sperimentati in passato. Si genera così quella che lui definisce impotenza appresa, e che si manifesta secondo tre dimensioni: la permanenza (non si può eliminare); la pervasività (appartiene a varie sfere, è globale); la personalizzazione (tendenza ad incolpare sé stesso, c’è qualcosa che non va in me).

Ad esempio, ci accorgiamo di esserci lasciati un po’ andare e aver messo su un po’ di pancia. L’opportunità in questo caso è quella di riacquistare una buona salute e forma fisica con l’esercizio e la dieta; però magari abbiamo provato in passato, umiliati dalle performance di persone più giovani e in grande forma, e abbiamo constatato che le rinunce sono dolorose. Allora ci convinciamo che non c’è nessuna soluzione adatta al nostro caso, le abbiamo già provate tutte (permanenza); che non è un problema di cibo o esercizio, ma dipende dallo stress, dal lavoro, dalle relazioni, ecc. (pervasività, incapacità globale); che abbiamo un metabolismo troppo lento, non c’è niente da fare (personalizzazione).

Impariamo allora, per prima cosa, a motivarci  ad affrontare problemi e opportunità in una nuova prospettiva. Modifichiamo il modo con cui percepiamo le situazioni favorevoli e, soprattutto, le avversità, cambiando le associazioni mentali. Sostituiamo nella nostra mente le emozioni dolorose e spiacevoli associate al cambiamento con quelle positive e piacevoli. Aumentiamo la nostra capacità di sostenere la fatica emotiva necessaria per uscire dalle routine in cui ci troviamo di solito intrappolati.

Poi, impariamo a gestire bene le relazioni interpersonali e a mettere in pratica gli strumenti della persuasione. L’obiettivo non deve essere quello di dominare gli altri, poiché nel medio periodo l’abuso delle tattiche di influenza genera situazioni di crisi, bensì quello di determinare un equilibrato sistema relazionale che sia fonte di serenità, crescita personale e professionale, sicurezza per coloro che vi partecipano. Nello stesso tempo, impariamo a reagire assertivamente ai tentativi di manipolazione.

Con il tempo, la pratica, l’osservazione attenta dei propri e degli altrui comportamenti acquisteremo una “naturale” capacità di influenza, i nostri obiettivi, anche quelli più audaci, ci sembreranno più raggiungibili, saremo più tolleranti nei confronti degli altri e diventeremo resilienti rispetto a qualche inevitabile insuccesso, che sapremo considerare più come occasione di apprendimento che come “fallimento” personale. Soprattutto, riempiremo di soddisfazione ed entusiasmo la nostra vita.