L’importanza di cambiare

In questo nuovo numero de Il Punto ho deciso di trattare un argomento a me molto caro e di grande attualità, la resistenza al cambiamento, anche per celebrare la nuova veste grafica della rivista della nostra Scuola. Come di consueto lo farò attingendo al vasto repertorio letterario della nostra tradizione conducendovi, questa volta, nella Sicilia del 1860.

Nunc et in hora mortis nostrae. Amen. Con questa frase ha inizio la celebre opera Il Gattopardo che Giuseppe Tomasi di Lampedusa iniziò a scrivere nel 1954 ispirandosi alle vicende del bisnonno, il principe Giulio, che aveva vissuto lo sbarco dei garibaldini e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. Il romanzo, ambientato in Sicilia, tra Palermo e il feudo agrigentino di Donnafugata, narra la storia di Don Fabrizio Corbèra, Principe di Salina e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910. Colto, nobile, autorevole padre di sette figli, Don Fabrizio assiste inerte alle vicende e ai cambiamenti che avvengono nella sua terra, consapevole che la classe sociale alla quale appartiene, l’aristocrazia, è destinata ad estinguersi ma incapace di opporsi o di sfruttare al meglio le possibilità che i cambiamenti in atto potrebbero offrirgli. Dopo l’annessione al Regno d’Italia, infatti, gli viene proposto un importante incarico politico che egli, tuttavia, rifiuta proponendo come suo sostituto Don Calogero, un uomo ricco ma incolto e non nobile, la cui figlia andrà in sposa al nipote Tancredi. Quest’ultimo è entrato nella storia della letteratura per essere colui che ha pronunciato la celebre frase: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi! Acuto, spregiudicato, forse un po’ annoiato e fatalista, Tancredi si lascia trascinare dagli eventi, aderendo entusiasticamente alle truppe piemontesi e mostrando tutta la sua alterità rispetto alla pacatezza dello zio.

La “grandezza” del libro non sta tanto nella trama, volutamente scarna per enfatizzare la morale del racconto, quanto nel modo articolato e sapiente con il quale l’autore descrive la vita e il pensiero dei suoi personaggi. Il Gattopardo, infatti, più che un romanzo storico sembrerebbe essere un’amara riflessione sul tema della morte, del disfacimento ma soprattutto del cambiamento e delle capacità di adattarcisi. Ogni personaggio, anche quelli minori, affronta i cambiamenti in modo del tutto personale: chi rimanendo legato al proprio status alla vana ricerca di qualche cosa che non c’è più e chi, al contrario, abbandonandosi senza riserve a nuove esperienze ed emozioni. Don Fabrizio è colui che maggiormente patisce la sofferenza del passare del tempo, che più di altri, anche per motivi anagrafici, sente l’avvicinarsi della morte e la violenza di una Sicilia, terra amatissima, che vuole costringerlo ad essere “altro” da se. L’autore lo introduce nel tessuto narrativo attraverso graduali descrizioni, che ne permettono una presentazione prima fisica e successivamente anche psicologica E’ consapevole della necessità e dell’imminenza del cambiamento, ne comprende appieno la portata storica ma ne è letteralmente pietrificato. Sente il crollo fisico, sociale, familiare, sente che presto domineranno nuove logiche. Incapace di accogliere il tempo che passa, aspetta la fine guardando il gattopardo (simbolo del casato) stampato sulle tazzine da caffè, sulle tende, sui fazzoletti ma non più stampato sulle vesti della storia che comincia a vivere nei ricordi della sua memoria e della sua stanza nobiliare. Al contrario Tancredi rappresenta il futuro. Egli è la reincarnazione della bellezza, della forza, dei nuovi valori che non riesce a condividere con lo zio ma che sente urgentemente suoi. E’ a tratti esuberante e irrequieto, spesso imprevedibile, a volte profondamente serio. L’autore non lo disegna come un concentrato di virtù e valori ma è pur sempre un personaggio positivo, forse facilmente condizionabile, ma sicuramente astuto e abile nell’arte oratoria. Ma c’è un aspetto che più di tutti lo rende il personaggio vincente del romanzo: la voglia e la capacità di accettare i cambiamenti.

Come allora e, a maggior ragione, oggi il cambiamento è una vera e propria costante all’interno di un qualsiasi contesto aziendale, grande o piccolo che sia. Non a caso, nell’ultimo decennio, il saper gestire il cambiamento è divenuta una capacità fondamentale anche perché sotto l’incalzare delle grandi trasformazioni e delle turbolenze economiche e di mercato le imprese si sono trovate costrette ad adottare significative strategie di risposta. Ma come facilitare il cambiamento? Uno dei fattori principali è senza dubbio la creazione di un’atmosfera di apertura e comunicazione. In qualsiasi fase di cambiamento è necessario che tutte le persone coinvolte in esso ricevano quante più informazioni possibili sia per poter comprendere al meglio la portata dell’evento sia per non cadere vittime di fraintendimenti e voci false. Tancredi mette al corrente lo zio degli imminenti cambiamenti ma non fornisce dettagliate informazioni su di essi. Si limita a ripetere che il cambiamento è necessario ma non si preoccupa di spiegarne le motivazioni: la sua stessa celebre frase contiene in sé una contraddizione di fondo. Altro importante fattore di agevolazione al mutamento è agire nel modo più obiettivo possibile, essere pronti a presentare e spiegare anche gli aspetti più complessi e lunghi del rinnovamento, tenendo sempre in considerazione gli impatti emotivi e gli aspetti psicologici di resistenza al cambiamento. Tancredi non guarda al futuro con gli occhi dello zio, non riesce a comprendere il senso di fine che pervade Don Fabrizio, l’inquietudine di un uomo che vede ingiallire la propria vita come in una vecchia fotografia. Tancredi è, senza dubbio, un uomo coraggioso, audace, desideroso di cambiare ma assolutamente incapace di coinvolgere chi gli sta intorno nell’entusiasmo delle mutazioni. La sua, per dirla con termini moderni, non è una leadership evolutiva e innovativa. Un buon leader deve saper coinvolgere tutti gli individui che partecipano al progetto, trasformando ogni problema in una preziosa opportunità di crescita. La capacità che gli altri avranno di affrontare e superare la normale resistenza al cambiamento deriverà proprio dalla capacità che il leader dimostrerà di produrre impressioni, sensazioni, reazioni e azioni. Si tratta di un processo ad anelli dove tutto è consequenziale: la capacità comunicativa del leader si traduce in comportamenti e azioni che coinvolgono l’intera organizzazione e che hanno a loro volta un impatto sul processo di comunicazione interna. La visione del cambiamento, dunque, deve essere la visione di un cambiamento generativo, che sia in grado di creare nuove possibilità e arricchire l’azienda tutta e le persone che la agiscono.