Exgate.it e l’università 2.0

di | Pubblicato il 10 giugno 2014

Exgate.it: i migliori corsi della nostra Scuola. Gratis. Per tutti. Per sempre.

Questa è la filosofia alla base della nuova iniziativa della nostra Scuola d’Impresa, che prevede il libero accesso a risorse didattiche finora riservate agli iscritti al programma di Master in Ingegneria dell’Impresa.

L’Executive Gate (Exgate) è stato progettato sulla base di quindici anni di esperienza nella formazione online e viene rilasciato dopo un anno di sperimentazione (periodo durante il quale, grazie esclusivamente al passaparola, ha raggiunto oltre mille iscritti). Per fruire dei corsi è necessaria l’iscrizione, che si può ottenere gratuitamente inserendo nome, indirizzo e-mail e città di provenienza: null’altro viene richiesto a chi voglia seguire le lezioni online.

Si tratta di un piccolo ma crediamo significativo contributo all’evoluzione dell’educazione terziaria verso modelli più vicini alla cultura, alle forme di comunicazione, alle modalità di socializzazione e condivisione dei giovani. Non c’è dubbio infatti che tra le ragioni della perdita di interesse verso la formazione universitaria (dimostrata dalla caduta delle immatricolazioni negli ultimi dieci anni, solo in parte giustificata dal calo demografico) ci sia la relativa staticità dell’ambiente accademico e dei modelli didattici che vengono proposti, con la relativa incapacità di entrare pienamente in sintonia con le sfide e i paradigmi che caratterizzano la nostra epoca:

  • globalizzazione, multiculturalità, crescita delle interconnessioni;
  • crescita esponenziale della conoscenza e conseguente accorciamento del ciclo di vita delle competenze e delle capacità abilitanti l’innovazione;
  • cambiamenti radicali della domanda di istruzione superiore connessi al paradigma del lifelong learning e di conseguenza al coinvolgimento attivo degli allievi nel processo di formazione;
  • diffusione di Internet che abilita processi di apprendimento ubiqui, sincroni e asincroni;
  • crescente familiarità con i contenuti digitali e la loro graduale pervasività;
  • nuove caratteristiche dei giovani e del loro sistema di percezione, tra cui la naturale tendenza alla condivisione e alla ricerca di risposte nelle reti sociali.

Tre forze, in particolare, hanno iniziato da tempo a esercitare la loro influenza, da alcuni definita “devastante”, in molti settori: l’au-mento esponenziale del contenuto digitale di beni e servizi; la disponibilità di collegamenti a larga banda su diversi tipi di terminale; la progressiva riduzione della disponibilità degli utenti a pagare per i contenuti (che in molti casi vengono da loro stessi generati). Interi settori di attività sono stati travolti, sono scomparsi o in via di sparizione, altri sono fortemente minacciati: basti pensare alle biglietterie, ai navigatori satellitari, alle librerie, ai cinema, alle pagine gialle, ai CD/DVD e agli altri supporti fisici, alle fotocamere, alle calcolatrici tascabili, alla televisione tradizionale, ecc. E secondo autorevoli commentatori a rischio è anche l’intero settore della formazione tradizionale, a cominciare dall’Univer-sità che ne rappresenta il segmento più evoluto.

Non è in discussione il ruolo dell’Università come leva strategica per la creazione di capitale intellettuale della “società della conoscenza sostenibile” del XXI secolo. Né, tantomeno, il fascino di questa istituzione, da sempre luogo privilegiato del pensiero creativo, della critica senza pregiudizi: un luogo in cui le idee e i paradigmi correnti sono continuamente sfidati, e dove se ne creano e sperimentano di nuovi. Anzi, sono proprio queste caratteristiche che ne hanno storicamente garantito la tenuta nel tempo. Il concetto di Università ha dimostrato una resilienza incredibile: esso si fa risalire all’Accademia Platonica, fondata nel 387 a.C., quando Platone acquistò un fondo presso un bosco intitolato all’eroe greco Akademos (da cui il nome) e vi fondò una scuola che diventò presto famosa e frequentata dai giovani delle migliori famiglie ateniesi. A differenza delle altre scuole esistenti, dedicate soprattutto all’arte retorica, la scuola di Platone aveva le sue radici nelle scienze e nel metodo critico, per cui l’inse-gnamento si svolgeva sia attraverso dibattiti, cui partecipavano tutti gli allievi, guidati dallo stesso Platone o dai loro colleghi più anziani, sia attraverso conferenze tenute da illustri personaggi di passaggio ad Atene.

Non solo l’idea, ma anche le singole Università si sono dimostrate estremamente resistenti, più di qualunque altro tipo di organizzazione: di tutte le istituzioni esistenti nel mondo nel 1520, solo 85 sono ancora presenti e riconoscibili con funzioni simili a quelle originarie. Tra queste, la Chiesa Cattolica, i Parlamenti dell’Isola di Man, dell’Islanda e della Gran Bretagna, alcuni cantoni Svizzeri, dieci imprese (di cui sei italiane) e… 70 Università!

E se l’istituzione rimane non solo concettualmente valida, ma anzi sempre più significativa nei processi di sviluppo basati sulla conoscenza, da rivedere profondamente sono i modelli didattici, le strutture amministrative, le architetture organizzative e il sistema di governance dei nostri Atenei, nella consapevolezza che senza adeguati e non improvvisati cambiamenti non sarà possibile invertire la progressiva marginalizzazione delle Università italiane nel quadro mondiale delle istituzioni di educazione superiore. I cambiamenti necessari dovrebbero essere evidenti a tutti. Sburocratizzazione, decentramento, autonomia, sperimentazione didattica, rigidi controlli centrali sostituiti dai meccanismi della reputazione e della trasparenza, utilizzazione dei principi e delle tecnologie del web 2.0 (il “web sociale”) per promuovere partecipazione e condivisione. Tutto esattamente in linea con i concetti manageriali “word class” verso cui si muovono le migliori organizzazioni del mondo. Tutto, purtroppo, esattamente in controtendenza con l’evoluzione del sistema universitario del nostro Paese, in cui l’autonomia degli Atenei è stata progressivamente smantellata e buona parte del tempo che gli accademici dovrebbero dedicare alla ricerca e alla critica viene invece speso per adempimenti di compliance con farraginosi regolamenti. Sono certo che neanche il governo della Corea del Nord abbia sentito il bisogno di disciplinare per legge la numerosità dei componenti di un Dipartimento Universitario. Proseguendo di questo passo non potremo che rimpiangere Federico Barbarossa, che nel 1158, per decreto imperiale, garantì l’autonomia dell’Univer-sità di Bologna e la sua indipendenza da ogni interferenza politica: «…non ci sia alcuno tanto audace da recar danno agli Scolari».

Sugli aspetti organizzativi e gestionali interverrò nei prossimi editoriali. Mi interessa qui tornare sui modelli didattici e sulle possibilità di innovazione. Il dibattito nel merito è stato viziato da una artificiosa contrapposizione tra insegnamento tradizionale in presenza e insegnamento on-line, visti sostanzialmente come alternative: in realtà, l’e-learning è un potente strumento didattico, non necessariamente alternativo alla classe frontale, che può, a seconda dei casi, integrare, supportare o, anche, sostituire in parte o in tutto. Alla base di questo equivoco sta forse la nascita, un po’ precipitosa, di Atenei online, che erogano interi corsi di laurea in modalità e-learning, alcuni dei quali si configurano come teaching university, cioè strutture di qualità non eccelsa il cui corpo docente è prevalentemente assorbito dall’insegnamento, ed è praticamente assente dal dibattito scientifico a livello internazionale. Ma il paradigma rivoluzionario non è certo l’e-learning che, è bene ripeterlo, è solo uno strumento aggiuntivo, bensì una nuova filosofia di cui certamente l’e-learning ha favorito e agevolato la diffusione. Tale filosofia si concretizza nei MOOC (Massive Open Online Courses) la cui idea centrale è quella di rendere disponibile a chiunque, in modo assolutamente gratuito, tutte le risorse didattiche che possono utilmente avvalersi del web come strumento di condivisione e interazione tra discenti e tra questi e i docenti. E se è evidente che non tutti i tipi di insegnamento possono giovarsi di questi strumenti, è anche vero che, per tutti i contenuti che possono essere digitalizzati, la diffusione sul web permette di ottenere livelli di interazione e condivisione impensabili in una classe in presenza. Inoltre, tecnologie sempre più evolute di rappresentazione digitale e connessione in rete permetteranno in un futuro molto vicino di estendere moltissimo, sia come tipologia di contenuti, sia come ampiezza del pubblico raggiunto, l’utilizzazione di questi strumenti didattici.

I MOOC più famosi sono due, entrambi con il cuore in Università americane di grande prestigio: Coursera (Stanford University) e Edx (joint venture tra Harvard e MIT). Coursera offre al momento, tramite 109 Atenei partner in tutto il mondo, 667 corsi e vanta oltre 8 milioni di iscritti. In Italia hanno finora aderito l’Università di Roma “La Sapienza” e, più recentemente, la “Bocconi”, ma entrambe con una presenza molto modesta. In ogni caso, Coursera ha avviato un progetto per sottotitolare i suoi corsi in decine di lingue (probabilmente a scapito della qualità dell’esperienza didattica).

Il consorzio Edx è formato da 34 Università tra le più prestigiose del mondo. Offre al momento 175 corsi, e ha avviato insieme a Google il portale mooc.org con l’obiettivo di creare la più grande piattaforma didattica al mondo ospitando anche i corsi di istituzioni, enti e aziende non partecipanti direttamente al consorzio.

Sia Coursera che Edx prevedono test di verifica dell’apprendimento durante e alla fine dei corsi e rilasciano diverse tipologie di certificazione. Non è prevista l’attribuzione di crediti formativi utilizzabili per il conseguimento di titoli accademici. Tuttavia non è lontano il momento in cui, come ha dichiarato ufficialmente un rappresentante di Edx, sarà possibile conseguire titoli tramite la frequenza di corsi interamente online o in modalità blended.

La strategia è quindi chiara: si sta prefigurando un mercato mondiale dell’educazione superiore, sul quale i principali players stanno già posizionandosi e scaldando i muscoli preparandosi a competere. Il modello di business non è ancora chiarissimo (e infatti le organizzazioni che al momento si stanno confrontando sono tutte in perdita). Ma una cosa è evidente: i contenuti sono destinati a rimanere gratuiti (e sarà sempre più difficile, per chiunque, offrirli a pagamento). Le entrate dovranno quindi provenire, oltre che evidentemente dalle certificazioni, da altri servizi a valore aggiunto veicolati tramite le stesse piattaforme didattiche e/o in presenza. E tali servizi per essere appetibili dovranno configurare una esperienza didattica di altissima qualità, con una cura e una attenzione verso lo studente cui oggi siamo forse poco abituati.

Noi abbiamo deciso di iniziare questa esperienza con le nostre forze, pur sapendo di doverci confrontare con rivali dotati di risorse incomparabilmente superiori. Necessariamente abbiamo scelto una collocazione molto focalizzata, quasi di nicchia, concentrandoci sulle discipline organizzative e manageriali sulle quali però, da sempre, siamo abituati a operare con una cultura da boutique piuttosto che da produzione di massa. Abbiamo poi dalla nostra l’esperienza che deriva dall’essere stati pionieri in questo campo fin dal 1998, quando abbiamo lanciato i primi corsi in modalità e-learning. In questi 15 anni abbiamo sviluppato molti contenuti digitali, in formati sempre più evoluti e con tecnologie che, come chiunque potrà sperimentare, non fanno rimpiangere l’aula in presenza. In effetti i contenuti digitali sono trasportabili più facilmente (portabilità), durano di più (durabilità), possono essere fruiti in maniera più flessibile, adeguandosi alle caratteristiche del discente (fruibilità), permettono di effettuare ricerche attraverso parole chiave impostate dal discente (navigabilità), sono riutilizzabili per la creazione di nuovi contenuti (riusabilità) e soprattutto possono essere inviati a un numero potenzialmente infinito di utenti a costi marginali quasi nulli (scalabilità). Ci siamo così impegnati a offrire gratuitamente, a chiunque lo desideri, l’accesso a corsi di altissima qualità. Si tratta degli stessi corsi che vengono erogati nell’ambito del Master in Ingegneria dell’Impresa, anzi, dei migliori tra questi. Ovviamente, questa iniziativa non è sostitutiva né alternativa al Master, al quale si affianca come potenziamento didattico.

Al momento siamo operativi con 20 corsi, alcuni dei quali in inglese; altri se ne affiancheranno tra breve, grazie alla dedizione e all’impegno dei docenti e dello staff tecnico che hanno creduto in questa nuova visione e a cui va il sentito ringraziamento di tutta la Scuola e mio personale.

I corsi sono fruibili liberamente da parte di persone fisiche, aziende o enti cui saremo lieti di dare, se richiesto, il nostro supporto per un eventuale arricchimento mirato dell’offerta formativa o per offrire agli studenti “corporate” servizi su misura. Soprattutto, faremo ogni sforzo per realizzare una esperienza di apprendimento unica e coinvolgente, avvicinandoci al linguaggio, alle forme di comunicazione, ai meccanismi di partecipazione e di condivisione che caratterizzano le nuove generazioni cresciute nell’era digitale. Perché, come sosteneva Don Giovanni Bosco, «è necessario amare ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amiamo noi».

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