Punto di equilibrio o punto di saturazione?

di | Pubblicato il 10 giugno 2014

Ci eravamo lasciati, nello scorso numero, con l’analisi dei principali “invarianti attitudinali” che popolano il mondo universitario, ovvero pragmatici, narcisisti e creativi. Ora non ci resta che analizzarne gli effetti a livello di sistema.

Noteremo in via preliminare che incontri/scontri tra persone che presentano attitudini diverse fanno parte della storia dell’uomo da sempre. È altrettanto vero che l’inquadramento in termini di pragmatici, narcisisti e creativi risulta un po’ troppo rigido per analizzare una qualsiasi struttura che l’uomo si è dato, nel corso della storia, all’interno delle società complesse. L’unico tipo universale pare essere quello dei pragmatici, poiché, a qualunque latitudine e in qualunque tempo, essi sono stati, sono e probabilmente saranno sempre gli “addetti” al mantenimento della struttura stessa. Narcisisti e creativi sembrano invece invarianti applicabili soltanto a specifiche strutture e non ad altre. Quindi la terna di invarianti attitudinali usata qui come riferimento non può avere alcuna pretesa di generalità. Tuttavia la scelta effettuata assume un senso compiuto quando l’interesse viene rivolto a specifiche strutture, quali per esempio la cultura, la politica, lo spettacolo, il giornalismo e naturalmente l’università e la ricerca.

Fatta questa necessaria precisazione cerchiamo ora di analizzare cosa può succedere in un sistema popolato da gruppi di persone che esibiscono gli invarianti attitudinali descritti nello scorso numero. Com’è quasi sempre ragionevole fare, adotteremo l’ipotesi di mondo chiuso, a significare che la quantità di risorse è prefissata. Con “risorse” naturalmente intendo i posti disponibili e i finanziamenti che possono giungere dall’interno o dall’esterno. Quindi, a meno di assumere che tali risorse siano illimitate (ma non mi pare sia il caso dell’università, anzi), i vari gruppi di ricercatori concorreranno necessariamente per accaparrarsele.

La struttura universitaria e suoi addetti

Volendo stabilire un ordine in base a una metrica che misura la capacità di occupare la struttura e sfruttarne le risorse, troveremo al primo posto naturalmente i pragmatici, seguiti da narcisisti e creativi. Il motivo è semplice. Grazie alla propensione al mantenimento della struttura, i pragmatici più di altri tenderanno a occuparne le posizioni più significative e nel contempo a creare quella rete che consentirà loro di accedere con più facilità anche ai finanziamenti. Le ragioni per cui i narcisisti si classificano prima dei creativi sono molteplici. Elencherò soltanto quelle che nella sostanza concorrono a formare il main stream – mi piace chiamare così il luogo specifico in cui si muovono agevolmente pragmatici e narcisisti e che solo sporadicamente viene frequentato dai creativi.

Innanzitutto, pragmatici e narcisisti condividono la volontà di scalare velocemente i gradini della carriera universitaria. I primi semplicemente per avere più potere, i secondi principalmente in virtù del fatto che si tratta di un atto dovuto, stanti le loro mai abbastanza osannate capacità. La conseguenza più immediata è che a questo fine vengono stabilite e mantenute conoscenze e alleanze atte a favorire la scalata, sia in ambito istituzionale che di ricerca. A mio avviso, però, sono principalmente i pragmatici che contribuiscono a creare un insieme di collegamenti stabili, cioè una vera struttura di rete, capace di resistere a qualunque sollecitazione. In secondo luogo pragmatici e narcisisti condividono la strategia nella scelta dei temi di ricerca. In particolare nessuno di loro, indipendentemente dal sottotipo di appartenenza, sceglierebbe mai un problema veramente aperto, sulla cui soluzione (o, molto più prosaicamente, sulla pubblicabilità delle soluzioni proposte) non si possono fare ipotesi né a breve né a medio termine. Gli appartenenti a entrambe le tipologie sceglieranno i temi cercando invece di massimizzare la produttività scientifica, badando bene di non cacciarsi nei classici cul-de-sac. Con motivazioni diverse, naturalmente: scegliere male per il pragmatico sarebbe una grande sconfitta, per tutte le conseguenze concrete che può avere sulla sua carriera e sul suo gruppo di ricerca; per il narcisista, invece, sarebbe un evento difficile da gestire non solo in termini di carriera ma anche in termini psicologici, poiché potrebbe mettere in forse la sua bravura agli occhi degli altri e talvolta anche ai propri (ma quest’ultimo è un evento con probabilità così bassa che non vale neppure la pena di considerarlo). Dall’altra parte, cioè al di fuori del main stream, ci sono i creativi. Che dire di loro? Non necessariamente qualcosa di buono. Sono infatti refrattari ai compiti istituzionali, talvolta anche soltanto in virtù del fatto che ogni attività “altra” rispetto alla ricerca toglie tempo alla ricerca stessa. Non sono neppure adatti a creare legami stabili con altri ricercatori, cioè a costituire una rete, poiché si trovano a proprio agio preferibilmente con altri creativi, quando alla creatività non si aggiunge però una componente narcisistica. Per quanto riguarda la scelta dei temi di ricerca, il creativo sceglierà su una base sostanzialmente emotiva e tenderà a sottovalutare l’analisi dei rischi, ove con rischi si intende il pericolo di trovare una soluzione al problema scelto in tempi paragonabili alla durata dell’universo.

Una conseguenza del main stream: le ricerche “epsilon”

Una delle conseguenze più eclatanti dell’esistenza del main stream è la presenza sempre più evidente di quelle che mi piace chiamare ricerche “epsilon”. In cosa consistono? In ossequio al principio denominato publish or perish, mediato negli anni ‘90 dai ricercatori d’oltreoceano, si è ben presto presentato anche nel resto del mondo il problema di come garantire una buona produttività scientifica con il minimo costo. Non c’è bisogno di essere specialisti in metriche di efficienza per capire che un punto di massimo nel sistema multifattoriale che caratterizza la ricerca non è certamente quello di tentare tutti di emulare Einstein. Molto più prosaicamente si possono ottenere risultati egualmente buoni (naturalmente mi riferisco esclusivamente alle pubblicazioni scientifiche)  anche adottando un sistema in cui le tipiche pubblicazioni riportano soluzioni che distano molto poco dallo stato dell’arte. Da qui il concetto di epsilon, piccolo a piacere, talvolta soltanto presente nelle asserzioni degli autori. L’importante è che le ricerche siano pubblicate su riviste internazionali e discusse nell’ambito della comunità. Allargando la prospettiva, cioè spostandosi dalle singole pubblicazioni alla rete complessa che le descrive, noteremmo che esistono in realtà pochissimi hub (le vere innovazioni), in grado però di concentrare intorno a sé una moltitudine di prodotti confezionati in ossequio alle ricerche epsilon.

Altro fenomeno correlato con le ricerche epsilon è purtroppo la mancanza di apertura verso le novità. Questo fatto paradossale e assolutamente non necessario, temo sia purtroppo connaturato con le caratteristiche dei pragmatici e dei narcisisti. È noto infatti che un pragmatico, talvolta in maniera cosciente e spesso in maniera inconsapevole, tenderà a rafforzare la componente inerziale del sistema nel quale opera. Questa tendenza, però, è particolarmente dannosa nell’ambito della ricerca poiché porta a giudicare con lo stesso metro le idee innovative e i prodotti delle ricerche epsilon. Così, tipicamente nel nome di metriche oggettive (leggi risultati sperimentali), l’idea innovativa che non ha ancora trovato la sua piena espressione, magari soltanto a causa di alcuni dettagli che potrebbero essere facilmente gestiti e risolti da ricerche future, si trova spesso a essere rifiutata perché non ancora in grado di superare lo stato dell’arte. È facile immaginare anche il ruolo giocato in questo ambito dai narcisisti, legato alla loro tendenza ad accrescere quanto più possibile lo iato tra il giudizio sulla loro attività di ricerca e quella degli altri. Questo potere viene tipicamente esercitato dai narcisisti quando effettuano le revisioni di manoscritti, invariabilmente caratterizzate da lessico e struttura inconfondibili.

Ma allora, considerando la rete complessa che descrive le pubblicazioni e che testimonia in maniera inequivocabile l’esistenza delle ricerche epsilon, esiste un modo per garantire che il rapporto tra hub e numero totale di nodi resti al di sopra di una soglia fisiologica? Detto in altri termini: come si può garantire che le ricerche epsilon riducano il loro impatto negativo, limitandosi a costituire il supporto fisiologico all’interno del quale può nascere la ve-ra innovazione?

Cerchiamo di dare una risposta a questa domanda con un tentativo di analisi dinamica. A questo fine uso una metafora molto nota ai ricercatori che si occupano di computazione evolutiva (la cui corrente principale si ispira, per grandi linee, all’evoluzione darwiniana). In tale ambito giocano un ruolo rilevante i concetti di esplorazione e sfruttamento (exploration vs exploitation). La logica sottintesa è che, per avere successo nell’ambiente in cui opera, ogni struttura deve poter sfruttare le conoscenze acquisite e nel contempo sperimentare vie nuove, seppur in maniera controllata (cioè non completamente casuale). Risulta ovvio che la mancanza di un equilibrio tra le due componenti rischia di mettere in crisi la struttura: una scarsa attenzione per lo sfruttamento delle conoscenze acquisite può renderla poco efficiente e instabile, mentre una scarsa attenzione per l’esplorazione impedisce alla struttura di produrre nuove forme di adattamento a un contesto mutevole. Non tutte le strutture richiedono però la stessa percentuale delle due componenti. Per alcune l’esplorazione può essere addirittura un pericolo, però questo non può valere per l’università e la ricerca. In questo caso, infatti, è vitale avere una buona componente di esplorazione, altrimenti si producono soltanto scuole di pensiero e azione che rielaborano in realtà cose note, ponendo le basi per perpetuare indefinitamente la già citata strategia delle ricerche epsilon. E allora, come si fa a trovare un buon equilibrio tra exploitation, che in termini di pubblicazioni scientifiche temo si traduca inevitabilmente in ricerche epsilon, ed exploration, che dovrebbe promuovere condizioni atte a far emergere nuove scoperte scientifiche?

Come garantire che la ricerca produca innovazione? Un tentativo di sintesi

Abbiamo demolito con energia e convinzione il pregiudizio secondo cui i ricercatori sono persone geniali ma distratte. Abbiamo assunto, suffragati però da abbondante evidenza sperimentale, che ogni ricercatore possa essere descritto in un sistema di riferimento che prevede come dimensioni quella pragmatica, quella narcisista e quella creativa. Abbiamo assunto, questa volta arbitrariamente ma non senza ragionevolezza, che esista comunque una componente predominante in grado di caratterizzare un ricercatore, se misurato secondo le dimensioni e i modi sopra descritti. Abbiamo dato conto delle specificità di ogni tipo psicologico che si modella secondo la dimensione predominante e siamo poi passati ad analizzare qual è l’impatto che le varie tipologie di ricercatori hanno avuto e hanno nel reperimento delle risorse e nella definizione delle regole di comportamento all’interno della comunità scientifica. Qui abbiamo rilevato l’esistenza di un main stream, costituito in prevalenza da pragmatici e narcisisti, e come la sua esistenza produca come effetto macroscopico le ricerche epsilon. Abbiamo poi fatto l’ipotesi che il fenomeno università e ricerca possa essere meglio indagato adottando una visione di stampo evoluzionistico, in cui esiste una struttura (l’università) che opera in un ambiente esterno (la società civile). Qui ho volutamente argomentato seguendo un pregiudizio, e cioè che la ricerca debba produrre innovazione, anche se in realtà non ci sono segnali forti che consentano di passare dalla congettura all’evidenza sperimentale. Nell’ipotesi in cui questa congettura sia vera, la modellazione di stampo evoluzionistico appare consona, e quindi si tratta soltanto di identificarne meglio i contorni. Facile assumere che l’exploitation sia a carico dei pragmatici e che l’exploration sia a carico dei creativi. E i narcisisti? Forse vanno considerati come una presenza inevitabile, data la natura della struttura di cui ci stiamo occupando. D’altra parte, ci può essere qualcosa di meglio che pontificare da una cattedra universitaria per un narcisista? Bene, allora ogni cosa pare stia andando a posto, quantomeno in termini di analogia:exploitation/ pragmatici, void/narcisisti, e exploration/creativi.

Individuare quali tipologie di ricercatori sono da incentivare o disincentivare a questo punto diventa relativamente facile.

L’esistenza delle ricerche epsilon indica che sono i pragmatici e i narcisisti a giocare il ruolo principale nel processo di scelta degli argomenti di ricerca e nella diffusione dei corrispondenti risultati in termini di pubblicazioni scientifiche. Quindi parrebbe necessario disincentivarne la presenza nell’università. Però per quanto riguarda i pragmatici la risposta è no, dato che senza una loro adeguata presenza la struttura stessa collasserebbe (peraltro tale progetto non sarebbe comunque attuabile nei fatti, poiché sono tipicamente loro a decidere le regole del gioco). Al più sarebbe lecito chiedersi se esiste un modo per favorire quei pragmatici, diciamo così “illuminati”, capaci di includere alcuni alieni (dei creativi) tra i loro discepoli. E per i narcisisti? Dato che a mio avviso per l’università sono un fenomeno largamente inevitabile ma non necessariamente utile, non sarebbe poi così male in questo caso riuscire a trovare regole che rendano loro meno agevole l’accesso all’università. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente, dato che l’università, come già accennato, è uno di quei palcoscenici dove i narcisisti ambiscono recitare. E per i creativi? È ormai ovvio che bisogna incentivarne la presenza, con la finalità principale di creare le condizioni ottimali affinché il tasso di ricerche innovative aumenti e con il non trascurabile effetto collaterale di contrastare il dilagare delle ricerche epsilon.

Riassumendo, la mia personalissima ricetta è: se vogliamo produrre le condizioni per cui la visione innovativa, la scoperta, la nuova idea, vengano prodotte con maggior regolarità, occorre iniettare più creativi nella struttura, possibilmente non del tipo ipercritico e tipicamente a scapito dei narcisisti, dato che i pragmatici devono continuare a giocare il loro ruolo per il mantenimento della struttura stessa. Ma quale sarà il punto di equilibrio ottimale? La tentazione di rispondere utilizzando le solite percentuali ubiquitarie dell’ingegneria del software (cioè 80% di pragmatici contro 20% di creativi) c’è sicuramente. Per pudore non mi avvalgo di tale facile opportunità. Aggiungo soltanto che i creativi non devono essere troppo pochi, perché va tenuto in conto che soltanto alcuni tra questi (probabilmente pochissimi) otterranno dei risultati veramente degni di nota. Gli altri, la grande maggioranza, continuando a scalpellare il granito, scornandosi su problemi troppo difficili da risolvere.

Ma perché preoccuparsi così tanto di questo potenziale squilibrio tra pragmatici e creativi? Forse il sistema si è già dotato di una pressione selettiva finalizzata al raggiungimento di un punto di equilibrio ideale ed è solo questione di tempo affinché tale equilibrio sia raggiunto. Che tipo di pressione selettiva esiste dunque attualmente e quale effetto ha avuto o avrà sulla struttura? Tra le sue varie forme, definite per migliorare i risultati della ricerca, cito soltanto le più note: produttività scientifica e indice di Hirsch (h-index). La prima costituisce una misura diretta della bontà dei risultati ottenuti da un ricercatore in termini di pubblicazioni, mentre la seconda costituisce una misura diretta di quanto un ricercatore sia stato in grado di influenzare successive ricerche (poiché l’h-index, oltre alla produttività scientifica, tiene conto anche del numero di citazioni fatte da altri alle pubblicazioni del ricercatore in oggetto). In un mondo ideale l’uso di queste metriche non tarderebbe a produrre il loro benefico effetto sulla qualità della ricerca e quindi, in ultima analisi, dovrebbe contribuire a creare le condizioni ottimali affinché si possa produrre innovazione. Ma la realtà che abbiamo analizzato sembra suggerire diverse conclusioni. Quindi delle due l’una: il ricorso alle varie metriche di produttività non è in grado di spostare il punto di equilibrio oppure non ha ancora prodotto i suoi benefici effetti. Il pessimista propenderebbe per la prima ipotesi, mentre l’ottimista per la seconda. Cercando di essere il più possibile realisti, è lecito chiedersi se la consapevolezza delle regole con cui viene esercitata una pressione selettiva modifica di fatto il fenomeno che si intende misurare. Nello specifico ci si dovrebbe interrogare se i ricercatori hanno risposto con modalità “virtuose” o “viziose” alla pressione selettiva esercitata dalle attuali metriche di produttività. In effetti, in virtù della già citata crescita esponenziale di conferenze, workshop e riviste, ormai non è poi così difficile pubblicare, soprattutto per chi fa parte di una rete. Peraltro in alcuni settori esistono ormai riviste anche molto prestigiose che chiedono esplicitamente di indicare non solo i possibili revisori ma anche le persone che non sono gradite a ricoprire tale ruolo! Inoltre va detto che purtroppo esistono diversi modi non virtuosi per incrementare l’h-index: basta per esempio mettersi d’accordo tra persone o gruppi di ricerca diversi in modo da citarsi l’un l’altro, oppure scrivere pubblicazioni che descrivono lo stato dell’arte in un settore, oppure gestire molti finanziamenti e fare in modo che quelli che li ottengono inseriscano il nostro nome nelle pubblicazioni.

Questo ci porta a concludere che il mercato per i prodotti delle ricerche epsilon si sta consolidando sempre di più e che oggi, piuttosto che ad un punto di equilibrio, siamo forse ad un punto di saturazione verso il basso nella qualità delle pubblicazioni. Per fortuna alcune di queste conservano un minimo di originalità e innovazione, altrimenti il re sarebbe ancora più desolatamente nudo.

Bibliografia

Francesco Attena, Psicopatologia della carriera universitaria, Philos, 1995.
Jorge Luis Borges, La morte e la bussola, Finzioni, Adelphi, 2003.
Joy Paul Guilford, The nature of human intelligence, McGraw-Hill, 1967.
Edward De Bono, Il pensiero laterale, Rizzoli, 2000.

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