Attenti alle costanti del tempo

di | Pubblicato il 10 settembre 2014

Solo oggi ci si rende che, ormai da tempo, viviamo in un mondo in cui le possibilità interattive tra le persone vicine e/o lontane sono notevolmente aumentate. Gran parte del nostro tempo viene investito a rispondere alle innumerevoli e-mail, a inviare messaggi e a “dialogare” attraverso le numerose tecnologie comunicative ampiamente disponibili e a basso costo. I messaggi diventano sempre più brevi perché occorre fare presto, sempre più presto: addirittura in alcune imprese americane il dialogo elettronico interno, tra impiegati, avviene cercando di evitare le vocali per poter utilizzare al meglio il tempo disponibile. Il risultato è che sempre più spesso i messaggi non vengono pienamente compresi. Il tempo è divenuto una vera ossessione. Ne è un emblematico esempio l’aumento della frequenza dei cosiddetti picchi di arricchimento di certe categorie umane e professionali. Un secolo fa, quando ancora dominava il latifondismo, la ricchezza veniva accumulata su base annuale (le occasioni erano legate alle periodicità della mietitura, della vendemmia, della raccolta della frutta, ai trasporti intercontinentali via mare, etc.). Successivamente i tempi si sono accorciati: con l’avvento della tecnologia del cemento armato, ad esempio, il settore delle costruzioni ha consentito arricchimenti su base semestrale e oggi trimestrale. L’industria ha poi giocato un ruolo determinante, sviluppando e immettendo sul mercato prodotti sempre nuovi in tempi sempre più brevi. Oggi la frequenza di certe operazioni finanziarie che fanno rimbalzare ingenti capitali nei diversi e mutabili domini delle macro-economie è divenuta così alta che anche gli addetti ai lavori stentano a comprenderne le motivazioni e a seguirne le evoluzioni.

Questo rapido susseguirsi di eventi che impattano fortemente sulla società e di messaggi informativi sta mettendo a dura prova le nostre menti. Inizia a diffondersi non solo la sensazione di una ridotta capacità di controllo ma anche un senso di solitudine, di disorientamento, quasi di oppressione legati, senza dubbio, alla limitazione del nostro sistema biologico di elaborazione dati.

 

Da un racconto di un amico: «Ricordo che molti anni fa, vivendo in una casa di campagna adiacente alla strada che dal centro del paese porta al cimitero, avevo occasione di osservare l’accompagnamento dei defunti. Prima si sentivano le campane suonare “da morto”, poi dopo una decina di minuti si vedeva la processione con in testa il parroco seguito da qualche chierichetto tutti vestiti di bianco, poi ancora le quattro persone che portavano sulle proprie spalle il feretro, e infine i parenti più stretti, gli amici intimi, i conoscenti e qualcuno con la bicicletta che portava a mano e che avrebbe utilizzato poi per il percorso inverso. Durante il tristissimo suonare delle campane (sol-do… sol-do…) la zia pronunciava le solite parole: chiudi le persiane che passa il morto. Così ci si metteva dietro le finestre e dalle fessure si guardava, con il fiato sospeso, lo scorrere della processione. Sentivamo le preghiere lamentate e il rumore delle scarpe striscianti nel brecciolino bianco. Il suono delle campane terminava quando il feretro raggiungeva il cimitero. Dietro di me la zia raccontava la storia del defunto. Dopo circa un’ora la gente rientrava alla spicciolata e i commenti si accavallavano con brevi pause: ha finito di soffrire, lascia un figlio e una moglie poveri, è stato meglio così, che il Signore lo prenda con sé, era un lavoratore onesto e buono, peggio per chi resta. E così a quei tempi c’era tempo per commuoversi; si desiderava sapere la storia dettagliata di chi lasciava questo mondo, per confrontarla con la nostra, per trarne qualche utile insegnamento, in ogni caso una cosa era certa: si pensava al trapasso tutti insieme e a quello che sarebbe stato il nostro ultimo momento: così la morte di qualcuno si faceva strada in noi, la sentivamo attraverso impalpabili brividi, la comprendevamo meglio e per lungo tempo ce la ricordavamo. Ora salvo casi particolari e specifici sembra che non sia più così: chi muore muore, meglio lui che io, la vita continua, chissà a chi ha lasciato la sua eredità, quando tocca a me si vedrà! L’atto della morte non viene più compreso pienamente, viene allontanato, non se ne deve parlare a lungo, infastidisce, se ne ha paura come se fosse un aspetto estraneo della nostra vita mentre ne è l’essenza ultima e inesorabile.

E se ne parlava ancora la sera, nel dopolavoro, e ancora nei giorni seguenti in modo che dopo qualche tempo si sapevano dettagli e insegnamenti che ancora mi ritrovo in qualche ripostiglio nella mente, indelebili ricordi che mi hanno aiutato a superare le difficoltà della vita; l’immersione totale nel dolore degli altri ha sviluppato in me forte il senso di solidarietà e comprensione per le miserie della vita che il destino mi ha fatto incontrare.»

 

Parlavamo di limitazione del nostro sistema biologico di elaborazione dati. Tale limitazione, che ovviamente varia da individuo a individuo e ancora dall’età, dal tipo di formazione e di educazione, dalla città di provenienza etc., riguarda la costante di tempo di apprendimento e di discernimento che possiamo chiamare tau biologica.

Attorno a noi l’evoluzione dei dati si propone con costanti di tempo sempre più ridotte che possiamo chiamare tau ambientale e le difficoltà di comprendere quanto ci circonda stanno obiettivamente crescendo e ciò è vero in numerosi contesti disciplinari. Pensiamo, appunto, alla percezione della morte: oggi la notizia della caduta di un aereo con decine di persone a bordo, il numero dei defunti nell’ultimo bombardamento o i dati sul numero di incidenti mortali in Europa non ci commuove più. Non abbiamo tempo sufficiente per dare spazio e forma alla commozione e ai suoi benefici effetti. Oggi il tempo della riflessione è ridotto al punto in cui la tau ambientale(relativa per esempio ai fenomeni comunicativi) è divenuta in media così piccola da non essere più percepita pienamente dal nostro sistema sensoriale di apprendimento tau biologica. Il risultato è che ci si illude di leggere e interpretare la realtà ma in effetti stiamo “sentendo” solamente i valori medi, quelli che, come noto, non portano informazione e quindi conoscenza.

Questa situazione ripetuta n-volte nell’arco della giornata può generare, in alcune persone, un senso di disadattamento che può sfociare nell’individualismo. Il passo successivo nel declino degli asset comportamentali è lo spostamento verso l’autoreferenzialità che prefigura un mondo costruito secondo i nostri immediati e convenienti desideri. La non realizzazione di tali desideri genera tristezza fino ad arrivare a una latente disperazione.

Questo processo degenerativo, necessariamente semplificato in questa circostanza, può generare deviazioni anche consistenti dal cammino delle storie di ciascuno di noi.

Quanto detto può essere verificato sperimentalmente allorquando una sequenza di impulsi di durata sempre minore (ambiente sollecitante) viene applicata a un filtro passa basso (persona). Si nota che al di sotto di una certa durata caratteristica di tali impulsi il filtro non risponde più, o meglio risponde sempre allo stesso modo poiché viene a mancare da parte del filtro la sensibilità sufficiente a reagire al proprio ingresso. Ciò ha a che fare, inequivocabilmente, con l’eccessiva distanza tra la costante di tempo della sollecitazione tau ambientale e quella del filtro tau biologica. Si genera, dunque, un punto di rottura tra l’interesse dell’individuo verso i cambiamenti e il tasso di dati sollecitanti e quando questi ultimi si presentano con eccessiva rapidità, diventa fisiologica l’impossibilità a seguirli.

Cosa ci suggerisce tutto questo? Che è fondamentale che l’immersione delle persone nel flusso dei dati (parole, immagini, suoni, concetti, etc.) debba avvenire con nuove modalità, molte delle quali ancora da esplorare, che tenga maggiormente conto delle esigenze conoscitive delle singole persone e che permetta a queste di avere percezione del tempo che passa e di dargli il giusto valore.

In questo modo sarà più facile riuscire a superare quel senso di disadattamento e quella necessità di solitudine che si sta impossessando dei nostri rapporti, siano essi affettivi, familiari o lavorativi.

La sfida è, dunque, lanciata: si tratta di individuare rimedi, atteggiamenti, strategie nell’incalzante mondo delle rapide variazioni affinché si ritorni a essere consapevoli fruitori del proprio tempo.

Che se ne parli su “Il punto”, per la prima volta, è di buon auspicio per la promozione di piccoli ma utili passi verso una più soddisfacente comprensione dei fenomeni ineludibili a cui abbiamo dato cenno sinteticamente ma che, secondo il mio modesto modo di vedere, meriterebbero ben più consistenti impegni intellettuali e una attenzione pluridisciplinare.

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