Il linguaggio paraverbale

Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi

                                                                                             Che Guevara

Nello scorso numero de Il Punto (inserisci collegamento ipertestuale) abbiamo analizzato, seppur brevemente, il linguaggio gestuale e il significato che i diversi tipi di gesti assumono all’interno del flusso comunicativo e in che modo si pongono nei confronti della parola. Ci siamo salutati concludendo che, quello gestuale, è solo una delle componenti del più ampio linguaggio paraverbale ossia quell’insieme di modalità con cui viene articolato il linguaggio e che sposta l’attenzione del destinatario dal contenuto del linguaggio al modo in cui esso viene proposto. E’ stato dimostrato sperimentalmente che la prima impressione che ci facciamo di una persona è influenzata per il 90% dalla sua comunicazione non verbale e solo per il 10% da ciò che dice. E’, dunque, necessario essere consapevoli dei messaggi non verbali trasmessi, per avere fondamentali informazioni su di sé e sull’interlocutore.

Il paralinguaggio è costituito da una serie di componenti che riguardano l’emissione vocale e che vanno dal ritmo all’intonazione, passando addirittura per i silenzi e che concorrono a comporre il significato complessivo del messaggio verbale.

Una delle componenti più importanti è l‘intonazione, ossia la variazione dell’altezza dei suoni durante la pronuncia delle parole. Si tratta di un elemento estremamente efficace soprattutto tenuto conto del fatto che in molte lingue a diversa intonazione corrispondono diverse funzioni grammaticali o addirittura diversi significati. Nella nostra lingua, ad esempio, l’intonazione consente di distinguere una frase affermativa (per la quale si usa un’intonazione discendente) da una interrogativa (per la quale utilizzeremo un’intonazione ascendente), mentre nel cinese mandarino per ogni vocale esistono 5 diversi tipi di intonazione che danno luogo a cinque differenti significati della parola. L’intonazione varia da soggetto a soggetto ma può, in ogni caso, essere migliorata e resa maggiormente sonora con particolari esercizi di respirazione e utilizzo del diaframma: la cosiddetta voce impostata che può potenziare di molto l’efficacia espressiva e comunicativa di un soggetto.

Strettamente legato all’intonazione è il ritmo inteso sia come distribuzione degli accenti che come successione degli enunciati. Soffermarsi improvvisamente su una parola o su una frase, accelerare inopinatamente su altre rende il discorso molto più suggestivo ed espressivo, come ben sanno i grandi lettori di poesia e di prosa. Esistono testi il cui vigore e la cui forza semantica sono dati più dal ritmo di lettura e/o enunciazione che non dal contenuto linguistico. Inoltre studi recenti hanno dimostrato come il senso del ritmo sia strettamente connesso alla comprensione della lingua parlata. In particolare, lo studio dimostra per la prima volta l’esistenza di un collegamento neurobiologico tra la capacità di tenere il ritmo e quella di codificare i suoni della lingua parlata, con significative ricadute, per quanto è possibile prevedere, sulle capacità di lettura.

Appartengono alla categoria del ritmo gli accenti che possono, tuttavia, essere considerati in modo autonomo dal momento che, mettendo in rilievo alcune parole rispetto ad altre, costituiscono un elemento essenziale per capire un discorso e farsi capire dagli altri. Sostanzialmente l’accento può essere di due tipi: dinamico o espiratorio, se riguarda la forza o intensità relativa dei suoni; musicale o cromatico, se riguarda l’altezza relativa di essi. Nelle moderne lingue europee, che hanno accento prevalentemente espiratorio, l’accento può diventare estremamente utile nel parlare affettivo e nella interrogazione ed esclamazione (ad esempio: sì?, sì!). In molte altre lingue, ad esempio africane o dell’Estremo Oriente, predomina l’accento musicale poiché serve a distinguere parole che altrimenti sarebbero identiche.

La forza articolatoria con la quale viene emesso un enunciato si chiama comunemente volume e ha una valenza fortemente espressiva. A differenza degli strumenti musicali, infatti, la voce umana è molto duttile e può, dunque, piegarsi meglio alle esigenze espressive proprio attraverso l’uso del volume. Sono stati condotti molti studi a tal proposito anche per smentire alcuni luoghi comuni legati al volume della voce come quello, imperante, secondo cui una comunicazione è tanto più efficace tanto maggiore è il volume. Anzi è stato dimostrato che è vero il contrario: in generale chi tende ad alzare la voce suscita un senso di fastidio, dà l’impressione di non avere altre armi per difendere le proprie teorie. Più ascoltato è, in genere, chi parla con pacata fermezza e con un tono di voce medio – basso.

Il volume è senza dubbio legato anche agli stati d’animo di colui che parla: se il volume della voce si alza probabilmente state parlando di qualcosa che vi sta particolarmente a cuore; così come un volume di voce basso sta a significare che vi sono in gioco fattori emotivi molto intensi.Fortemente legati al volume sono altri fattori importanti come le pause, la velocità e persino i silenzi.

Pausa e velocità sono importanti indicatori del contenuto emotivo del discorso. E’ stato ampiamente dimostrato e statisticamente provato che, ad esempio, se si prova collera o rabbia durante un eloquio, si utilizzi una frequenza della voce più alta, con presenza di pause molto brevi o assenti. Al contrario, la paura si caratterizza per un aumento della frequenza media della voce, della sua variabilità ed estensione; quando si è tristi la frequenza e l’intensità della voce si abbassano e aumentano le pause, per contro all’emozione della gioia è associata un aumento sia della frequenza che dell’intensità, una tonalità acuta della voce e un’accelerazione del ritmo di articolazione. Dunque pause e velocità, se gestite sapientemente, diventano uno strumento preziosissimo nel processo comunicativo.

Un discorso a parte merita il silenzio. I silenzi, infatti, sono generalmente fonte di imbarazzo all’interno di una conversazione ma bisogna imparare a distinguere tra il silenzio dovuto ad un momento di riflessione e quindi necessario all’interlocutore, il silenzio che intende comunicare qualcosa e che spesso è una tacita richiesta di aiuto e di sostegno e il silenzio che indica, invece, una chiusura alla comunicazione. Spesso il silenzio, purché breve, conferisce solennità al concetto e attira l’attenzione degli interlocutori: è il caso della pausa prima di pronunciare il nome della propria azienda o durante una spiegazione prima del nome di un’opera, di un monumento, di un progetto e così via. E’ dunque assolutamente necessario rispettare i silenzi e garantire all’altro il tempo di parlare altrimenti si rischia di mostrare disinteresse se non addirittura prevaricazione. Il silenzio, tra l’altro, ha valori differenti in molte parti del mondo: se in Italia è per lo più considerato fonte di imbarazzo, nei paesi orientali è considerato proprio uno dei metodi migliori per entrare in sintonia con gli altri.

Infine, per concludere, l’analisi di alcune delle componenti del paralinguaggio non si può non considerare la dizione ossia il modo in cui vengono articolati i fonemi e in cui vengono scandite sillabe, parole ed enunciati. Avere una buona dizione è assolutamente necessario a livello comunicativo poiché rende immediatamente comprensibile, e di conseguenza efficace, ciò che viene detto. Una cattiva dizione penalizza tanto chi ascolta, che deve fare più fatica a capire ciò che viene detto, quanto chi parla che corre il rischio di non venire ascoltato anche quando ha cose importanti o interessanti da dire.

In tali contesti può essere d’aiuto la prosodia, quella parte della linguistica, cioè, che studia l’intonazione, gli accenti, il ritmo etc. e che può essere allenata attraverso semplici ma efficaci esercizi. Differente è la questione relativa alla prossemica ossia l’organizzazione e la gestione dello spazio fisico durante l’interazione e della quale parleremo nel prossimo numero de Il Punto.