Rassegna Oscar 2016

di | Pubblicato il 15 marzo 2016
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Sono da poco stati assegnati gli Academy Awards (meglio noti come Premi Oscar) per i film usciti nel 2015 e tra i tanti film nominati nelle varie categorie ce ne sono diversi che credo possano interessare, per storia e tematiche, i lettori de “Il Punto”.

 

Il film La grande scommessa (titolo originale: The big Short), diretto da Adam McKay, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura non originale ed è stato candidato in diverse altre categorie. È basato sul best seller di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto (Rizzoli Etas, 2011), e racconta la crisi del mercato immobiliare del 2008 da un punto di vista originale: quello degli speculatori. La storia, infatti, si concentra su tre gruppi di persone che hanno saputo prevedere quella crisi e ricavarne profitti, persone che hanno saputo spingere al limite la propria creatività sul filo dell’amoralità. Persone come Michael Burry (Christian Bale), manager di un fondo speculativo che, resosi conto della instabilità del mercato immobiliare statunitense, decide di scommettere contro lo stesso mercato; molte delle banche a cui propone l’idea accettano, nella convinzione che si tratti di un pazzo e che il mercato immobiliare sia più solido che mai. Burry, invece, si rivelerà un veggente e otterrà un profitto del 489% dalle sue speculazioni. Jared Vennet (Ryan Gosling) è impiegato presso una delle banche cui si rivolge Burry e capisce subito la validità delle intuizioni dello speculatore. Decide quindi di unirsi all’investimento e insieme al trader Mark Baum (Steve Carell) indaga ulteriormente sull’argomento, scoprendo il castello di carta delle obbligazioni di debito collateralizzate connesse ai mutui, e rendendosi conto che il crollo del mercato sarà ancora più disastroso di quanto previsto.

Un film interessante per comprendere meglio la crisi finanziaria del 2008, una storia che, a grandi linee, conosciamo tutti, ma che non abbiamo mai visto dal punto di vista dei pochi che, da quel disastro, sono riusciti a ricavare profitti.

Non ha vinto alcuna statuetta, ma due attori del cast (Michael Fassbender e Kate Winslet) erano in nomination come miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista. Sto parlando di Steve Jobs, film di Danny Boyle basato sulla biografia autorizzata del fondatore della Apple, persona/personaggio che ha assunto lo status di guru all’interno del mondo imprenditoriale, tanto che dalla sua morte avvenuta appena nel 2011 questo è già il secondo film ispirato alla sua figura. A differenza del primo film molto più didascalico (Jobs, 2013, diretto da Joshua Michael Stern), questo si concentra su tre momenti ben precisi della vita di Jobs: il 1984, nel periodo di lancio del Macintosh; il 1988, nel periodo di lancio della nuova società che Jobs ha costituito dopo l’uscita da Apple, la NeXT Computer; il 1998 nel periodo di lancio dell’iMac. Tutti e tre i segmenti esaminano la vita all’interno dell’azienda e la vita personale di Jobs, in particolare il suo difficile rapporto con la figlia Lisa, con il consueto arco narrativo di distacco e riavvicinamento, senza lesinare nell’osservazione dei difetti caratteriali dell’uomo, che sono però in ultima analisi anche ciò che l’hanno reso un grande innovatore, più vicino alla figura di un artista visionario, che a quella di uno scienziato informatico o anche solo di un imprenditore. Emblematica, in tal senso, una frase pronunciata da Jobs (Michael Fassbender) a Wozniak (Seth Rogen), primo socio di Jobs nonché mente/braccio che ha costruito i primi computer Apple: «Musicians play their instruments. I play the orchestra.» («I musicisti suonano gli strumenti, io suono l’orchestra»), frase in cui paragona se stesso a un direttore d’orchestra che dirige i musicisti, ossia gli ingegneri e scienziati (i Wozniak, in altre parole) alle sue dipendenze.

Tra le nominate a migliore attrice protagonista c’era Jennifer Lawrence, per aver interpretato il personaggio che dà titolo al film Joy, diretto da David O. Russel. Per questo stesso ruolo l’attrice ha vinto, pochi mesi fa, il Golden Globe. Il film è basato sulla vera storia di Joy Mangano, una figura interessante di self made woman, la dimostrazione vivente che si può essere ingegneri nello spirito anche senza una laurea, ed è un vero inno alla creatività e al sano spirito imprenditoriale. Dopo un’infanzia e un’adolescenza da ragazza brillante e sempre piena di idee, Joy Mangano si ritrova a trent’anni “casalinga disperata” con due figli, un matrimonio fallito alle spalle e i grandi sogni d’infanzia sepolti in un cassetto.

Un giorno, mentre si trova a pulire i resti di una bottiglia rotta, i taglienti cocci di vetro sul pavimento risvegliano il suo sopito spirito ingegneristico: Joy elabora l’idea semplice ma geniale del Miracle Mop, il mocio per i pavimenti che non necessita di essere toccato con le mani per essere strizzato.

Decide quindi di brevettare l’invenzione e di iniziare la produzione dell’oggetto, con l’aiuto economico di alcuni amici: il mocio diventa in breve tempo un prodotto di successo che lei stessa in prima persona promuove in televendita su canali commerciali statunitensi. Joy Mangano è oggi un’imprenditrice di grande successo che ha depositato oltre 500 brevetti: oltre al Miracle Mop, ha inventato numerosi altri oggetti casalinghi che hanno avuto un enorme successo di vendita, come gli appendiabiti antiscivolo, valige a scomparti triangolari per l’organizzazione intelligente del bagaglio e uno stiratore portatile a vapore pensato per stirare gli abiti appena usciti dalle valigie (ma potrei proseguire con la lista per una pagina intera).

 

E a proposito di creatività e spirito ingegneristico (anche se poco affine al mondo imprenditoriale) non si può non citare Sopravvissuto – The Martian, il film di Ridley Scott che era in nomination in numerose categorie, tra cui miglior film, miglior sceneggiatura e miglior attore protagonista, ma purtroppo (e immeritatamente) non ha vinto alcuna statuetta. Racconta la storia dell’astronauta Mark Watney (Matt Damon), botanico facente parte di una missione di ricerca su Marte. Vittima di un terribile incidente durante una tempesta di sabbia, i compagni di missione credono che Mark abbia perso la vita: vedono il suo corpo sbalzato via dall’impatto con un detrito, e constatano dai monitor l’azzeramento dei suoi valori vitali. Costretti a lasciare il pianeta in fretta e furia per non mettere a repentaglio le loro stesse vite, abbandonano il corpo dell’astronauta sul pianeta rosso. Solo che Mark non è morto: il suo monitor vitale era stato danneggiato dall’impatto e l’uomo è sopravvissuto miracolosamente all’incidente. Mark si ritrova, quindi, tutto solo su un pianeta inospitale, con viveri liofilizzati che gli bastano per pochi mesi, tutti i sistemi di comunicazione rotti dalla tempesta, e costretto ad aspettare di essere portato in salvo dalla missione marziana successiva che è programmata a un anno (terrestre) di distanza. Assisteremo quindi a tutti gli stratagemmi che Mark inventa per coltivare nuovo cibo, produrre acqua sufficiente a dissetare se stesso e la coltivazione, e sopravvivere a tutte le avversità e i problemi che si presenteranno via via durante la sua permanenza sull’inospitale, spietato Marte.

Molto interessante è la storia dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film (titolo italiano: L’uomo di Marte, Newton Compton, 2014), un clamoroso esempio di successo dell’emergente fenomeno imprenditoriale dell’auto-produzione artistica. L’autore è Andy Weir, programmatore informatico appassionato dilettante di astronautica e fantascienza. Weir ha pubblicato la storia a puntate sul suo blog e, a pubblicazione conclusa, ha deciso, su suggerimento di alcuni fan del blog, di venderlo come ebook su Amazon a 0,99 dollari (il minimo prezzo consentito, per sua scelta). Grazie al passaparola, il romanzo è balzato in cima a tutte le classifiche di vendita del sito, surclassando il già buon successo che aveva avuto sul blog, attirando l’attenzione di editori cartacei e in seguito di produttori hollywoodiani che hanno visto nella storia il potenziale per un grande film. Il progetto è stato infine scelto dal regista Ridley Scott e il successo mondiale del film ha, ovviamente, rilanciato ulteriormente il successo del romanzo.

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