A tavola non si invecchia Alcuni esempi di come una piacevole riunione conviviale possa porre per sempre termine all’avanzare della vecchiaia

di | Pubblicato il 8 luglio 2016

Nei numeri precedenti abbiamo lungamente parlato della cucina nell’antica Roma sottolineando come l’atto del mangiare sia, da sempre, un momento di grande convivialità e condivisione… ma non sempre è stato così.

Chissà, ad esempio, a cosa stesse pensando Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico quella sera del 13 ottobre del 54 d.C. accingendosi a cenare. Forse alle grane che i germanici stavano procurandogli alla frontiera del Reno, forse a Seneca e al suo amico Burro così legati a Nerone, giovane figlio di primo letto di sua moglie Agrippina, che, obtorto collo, aveva dovuto adottare. Oppure pensava alle sue conquiste, la Britannia ormai romana, al consolidamento dei confini. Oppure pensava semplicemente al gustoso piatto di funghi che Agrippina gli aveva preparato. Non lo sapremo mai, ma quello che è certo è che, preso da così tanti pensieri e così tante preoccupazioni, non aveva fatto caso alla presenza, sempre più pressante, di Lucusta, una giovane e avvenente donna, proveniente dalla Gallia, esperta di erbe e di pozioni varie, famosa a Roma per possedere un emporio sul Palatino dove vendeva veleni per tutte le occasioni. Un vero e proprio serial killer, anzi, per la precisione, la prima serial killer prezzolata che la storia conosca e che suggerì ad Agrippina come sbarazzarsi definitivamente dello scomodo maritino e far salire al trono anzitempo il figlio Nerone. Le due diaboliche donne prepararono quindi un bel piatto di funghi, alimento del quale Tiberio Claudio andava ghiotto, sostituendo i prelibati ovoli con dei mortali amanita phalloides e addizionati con qualche “spezia speciale” per essere certe della riuscita del progetto alimentare. E così Tiberio Claudio grazie a quel piatto di funghi, cessò di invecchiare, anzi  divenne immortale anche grazie al tempio Al Divo Claudio che la solerte Agrippina fece innalzare in ricordo del compianto marito.

È più facile immaginare a cosa pensasse Sua Santità Papa Alessandro VI al secolo Rodrigo Borgia recandosi la sera del 6 agosto 1503 insieme al figlio, il Duca Valentino, a cena presso la sfarzosa dimora del cardinale Adriano Castellesi di Corneto sul Gianicolo. Il progetto del pontefice, unitamente al figlio Cesare, era quello di secolarizzare lo stato della Chiesa sotto il dominio dei Borgia… e di strada ne avevano fatta! Annientati i Colonna, i Savelli e i Caetani e incamerati i loro beni, impadronitosi del ducato di Urbino e Camerino, spodestati anche gli Orsini con l’eliminazione del cardinale Giovanni Battista e la messa al bando di tutti gli altri, non restava che partire alla conquista della Toscana. Ma occorrevano soldi, tanti soldi, ben più di quanti se ne potessero racimolare con qualche nomina cardinalizia o con la vendita di alcuni privilegi ecclesiastici. Occorreva trovare un sostenitore molto facoltoso come il cardinal Castellesi, che proprio Alessandro aveva nominato nunzio ed elemosiniere alla corte di Enrico VII di Inghilterra ed elevato alla porpora con il titolo di S. Crisogono poco tempo prima ma che, se pur con garbo, si rifiutava di finanziare un’impresa così importante per il casato dei Borgia. Ma Alessandro VI non si diede per vinto: ciò che gli interessava non era certo la salute del cardinale bensì le sue immense fortune che, nel caso di un suo repentino decesso, sarebbero state incamerate dalla Venerabile Camera Apostolica cioè dal pontefice stesso. Era tutto stabilito: durante la cena il coppiere, corrotto dal Valentino, avrebbe versato nel bicchiere di vino del cardinale della canterella, il veleno a base di arsenico sempre usato dai Borgia risolvendo la questione una volta per tutte.

Ma il fato, superiore come si sa agli stessi dei e quindi anche al papa, in un mortale disguido fece si che il bicchiere avvelenato finisse tra le mani di Sua Santità, con le inevitabili conseguenze e la morte dopo dieci giorni di agonia. Secondo molti storici, soprattutto moderni, Alessandro VI morì nel mese di agosto per un attacco di malaria terzana, la malattia endemica a Roma in quell’epoca, e il fatto che sia morto dopo dieci giorni dall’iniziale malore e la mancanza di prove provate, potrebbe anche farlo pensare, anzi probabilmente è così, ma a me piace credere alla prima versione dei fatti, ipotizzata del resto anche dal Guicciardini, che un papa simile non possa avere avuto che una morte in linea con la sua condotta di vita crudele e violenta.

Diversamente andarono le cose con San Benedetto da Norcia. In numerose fonti agiografiche, infatti, si legge che alcuni monaci del ritiro cenobitico di Vicovaro tentarono di porre fine ai suoi giorni versando del veleno nel calice di vino ma che quest’ultimo sia andato in pezzi proprio mentre Benedetto, come suo solito, benediva la mensa. Né ebbe maggior successo il tentativo di un invidioso ecclesiastico di Subiaco, che aveva avvelenato il pane, ma non aveva fatto i conti con un corvo che, inviato dal cielo, aveva sottratto il pane avvelenato e lo aveva portato via.

Questo può far pensare che i santi siano indenni a premature dipartite; ma non è sempre stato così. San Narsete, per esempio, patriarca armeno, è ritenuto santo sia dalla chiesa Armena, che dalle chiese ortodosse e cattolica che ne celebra la ricorrenza il 19 novembre. Il suo patriarcato nel IV secolo fu assai innovativo per la chiesa armena e in generale per tutte le chiese cristiane. Con il Concilio di Ashtishat (354), infatti, fece si che la chiesa smettesse di essere un privilegio per la sola nobiltà e si aprisse al popolo, mise ordine nei matrimoni proibendo quelli tra consanguinei, abilitò tutti i sacerdoti alla propagazione della parola di Dio qualunque fosse la loro estrazione sociale e rivolse la sua predicazione soprattutto al popolo.

Tale condotta progressista non piacque affatto al re Pap che, inizialmente, provò a esiliarlo e successivamente, sempre più intimorito dal favore popolare che circondava il patriarca, lo invitò a una cena di riconciliazione e lo fece avvelenare. Purtroppo in quell’occasione non si ruppero bicchieri né intervennero ghiotti corvi e Narsete cessò di invecchiare, salendo contestualmente alla eterna gloria e alla santificazione.

Imperatori, papi e santi: la storia è piena di tentativi, spesso riusciti, di uccidere a tradimento nemici, avversari o semplici concorrenti magari utilizzando il paravento di un banchetto o di una riunione conviviale. E non solo la storia ci ha tramandato questi avvenimenti, ma anche la letteratura, l’arte e quant’altro. Basti pensare al banchetto di Crimilde, i Nibelunghi, l’oro del Reno, Attila, Teodorico ed Ildebrando o ancora i Malatesta o Malatesti, notissima famiglia romagnola dalla quale non conveniva assolutamente accettare inviti a pranzo o a cena. 

Siamo nel 1323. Umberto, conte di Ghiaggiuolo figlio di Paolo Malatesta il Bello, (colui che tutti noi ricordiamo per le struggenti terzine dantesche (127 -129) del V canto dell’Inferno: Noi leggiavamo un giorno per diletto/ Di Lancialotto come amor lo strinse:/ soli eravamo e sanza alcun sospetto) voleva sottrarre a Pandolfo Malatesta la signoria riminese in combutta con il cugino Ramberto, figlio di Gianciotto. ma fece un grosso errore di valutazione fidandosi della persona sbagliata e finendo lui vittima dei suoi stessi vendicativi progetti. Narra un anonimo cronista : «Venuto el ditto Conte Uberto a Ciola, eravi qui tre bastardi de la casa; quando che fue apparecchiato da cena fue chiamato lo ditto conte che tosto venne in la sala. Come che giunse i tre bastardi di subito lo uccidono e mettolo in un sacho che di notte fue mandato al Merchato de Brandi». E questa è solo una delle “cene con delitto” della storia dei Malatesta: Ramberto fece rapire tutti gli eredi al trono, liberati e messi in salvo successivamente da Malatesta Malatesta; Giovanni Oderlaffi, signore di Forlì marito di Paola Bianca Malatesta, figlia di Pandolfo, venne avvelenato durante una cena dal cugino Pino II Oderlaffi, la sedicenne sposa di Galeazzo Malatesta, Lucrezia Oderlaffi, fu avvelenata con un bicchiere di vino addirittura dal padre Francesco III Oderlaffi che da lei si era sentiva tradito. Insomma, nonostante l’eccellenza della cucina, pranzare o cenare presso parenti in quel della Romagna era un po’ pericoloso.

Concluderei, vista la precedente citazione, ricordando l’episodio di frate Alberigo dei Manfredi, che Dante collocò nel XXXIII canto dell’Inferno, dove scontano la pena i traditori degli ospiti (vv.109 – 150 ). Questo frate gaudente, capo dei Guelfi di Faenza era in feroce discordia con due parenti: Manfredo dei Manfredi e il di lui figlio Alberghetto. Il 2 maggio 1285, fingendo una rappacificazione invitò i due a pranzo presso il castello di un parente, Francesco Manfredi con il quale aveva architettato il piano che prevedeva che alla fine del pasto, alle parole «vengano le frutta» entrassero in sala i sicari, tra i quali il figlio di Alberigo, Ugolino e il sunnominato Francesco, per uccidere i due scomodi ospiti. Ancor oggi in Romagna per indicare la vittima di un efferato tradimento si usa dire «egli ebbe delle frutta di frate Alberigo».

Termina qui questa piccola rassegna di casi in cui il tempo umano si è fermato a tavola lasciando spazio ad una sospensione del processo dell’invecchiamento e, in alcuni casi, ad un processo di immortalità imposta. Chissà quanti casi simili a quelli descritti ci saranno stati in tutte le epoche e in tutte le latitudini che confermano la nostra idea di partenza: mangiando, a volte, non si invecchia e si può diventare immortali.

P.S. Per dovere di cronaca si ricorda che la storia più recente ci ha insegnato che se non si vuole o non si ha il tempo di preparare un intero pranzo o una cena completa si può sempre utilizzare un semplice caffè (vedi alle voci Pisciotta o Ucciardone).

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