Dio ti salvi, amata insegna Ovvero frasi epocali, detti storici, proverbi, situazioni ed altro rivisitati e corretti

di | Pubblicato il 6 ottobre 2016
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Tutte le nonne raccontano favole ai loro nipoti; la mia no. Mia nonna mi raccontava fatti storici e patriottici che, a suo dire, avrebbero dovuto incitare l’animo all’amor patrio e ai migliori sentimenti nei confronti del sacro suolo natio. E così ho saputo che Antonio Amatore Sciesa, portato dai perfidi austriaci davanti alla casa della madre con la promessa della vita in cambio della delazione, disse con coraggiosa fermezza «tiremm innanz» cioè «andiamo avanti» proseguendo poi fiero e risoluto verso il suo eroico sacrificio, e che i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera morirono sotto il fuoco Borbonico cantando «Chi per la Patria muor vissuto è assai, chi per la Patria muor non muore mai» ecc. ecc. E così via a cominciare da Silvio Pellico per finire a Cesare Battisti passando per la lettura del libro Cuore del mai abbastanza vituperato De Amicis. Ma dove la nonna eccelleva erano i racconti legati alla monarchia e quindi alla da lei adorata casa Savoia.

Dio ti salvi amata insegna
nostra speme e nostra gioia,
croce bianca dei Savoia
Dio ti salvi e salvi il Re

esclamava quasi con le lacrime agli occhi mentre mi raccontava del re Vittorio Emanuele II, il “re galantuomo” e padre della Patria che, arrivato a Roma dopo la presa di Porta Pia disse con tono solenne: «Qui siamo e qui resteremo», consacrando in tal modo Roma Capitale della Patria. Amava anche parlare del “re buono” Umberto I chino sui malati dell’epidemia di colera a Napoli insieme alla sua adorata consorte la regina Margherita amata dal Re e da tutto il popolo  italiano. E che dire di Vittorio Emanuele III il “re soldato” nel fango delle trincee, accanto ai fanti  della prima guerra mondiale contro l’eterno nemico austriaco. E così, passato il tempo delle favole o meglio il tempo dei patriottici  racconti,  ho voluto indagare e vedere se avevo avuto la fortuna di avere una nonna originale ma eclettica o semplicemente una storiografa molto fantasiosa e nostalgica.

Cominciamo dalla storica frase «Qui siamo e qui resteremo».

Dunque, Vittorio Emanuele II , che non aveva nessuna voglia di recarsi a Roma, dopo ben tre mesi dalla presa di Porta Pia, sollecitato da più parti a recarsi nella capitale del suo regno, alla fine del dicembre del 1870, dopo un lungo viaggio in treno giunse a Termini alle quattro del mattino in un giorno piovoso e freddo, con la città allagata per un’esondazione del Tevere. Ma non è tutto: ad attenderlo trovò una carrozza scoperta per permettere al popolo di vederlo, finalmente, e tra due ali di folla plaudente giunse al Quirinale, bagnato come un pulcino, stanco e affamato e scese dalla carrozza sbuffando «ajfin i suma» «finalmente ci siamo». Solerti laudatori, e naturalmente mia nonna, provvidero poi a cambiare le stanche parole in un perentorio «qui siamo e qui resteremo». Al Re il Quirinale non piaceva, (e tanto meno gli piaceva Roma) «Am pias nem» avrebbe detto visitandolo la prima volta, «al’è na ca d’preive».  Non mi piace, pare una casa di preti. Si riferiva, chiaramente, alle cappelle, a cominciare da quella Paolina, agli affreschi sacri e ai numerosi arazzi tanto che si fece costruire a piano terra un modesto appartamento che lui e il figlio Umberto avrebbero abitato. Discreto, modesto, ma soprattutto con una uscita segreta su via della Dataria da cui usciva per recarsi a villa Mirafiori dove l’attendeva Rosa Vercellana la “bela Rosin” moglie morganatica che cucinava così bene i piatti che gli piacevano: agnolotti sommersi dal burro fuso, maiale con i peperoni e la bagna cauda con tanto aglio! E se nel tragitto trovava il modo di distrarsi con una occasionale fanciulla… del resto oltre il gagliardo appetito al re le donne piacevano proprio. Due figli gli avrebbe dato Rosa che si aggiungono ai sette avuti dalla prima moglie Maria Adelaide Asburgo Lorena (morta a trentadue anni stroncata da ben otto gravidanze), uno dalla cantante Laura Bon, uno dalla baronessa Vittoria Duplessis, due dalla nobildonna Virginia Rho, uno da una non meglio identificata maestrina di Frabosa, e altri cui metteva nome Vittorio o Vittoria Guerrero o Guerreri provvedendo in ogni caso al loro mantenimento e alla loro educazione. Ora ho capito perché mia nonna lo definiva un vero padre della Patria!

E cosa dire di Umberto I il “re buono”, che si chinava sui malati di colera a Napoli insieme alla amata consorte Margherita? (mia nonna pronunciava la frase tutta attaccata, in un unico respiro)… Amata consorte? Nonna mi spiace deluderti ma le cose stavano un tantino diversamente. In realtà il re non aveva mai amato questa cugina figlia dello zio Ferdinando di Savoia–Genova ma l’aveva sposata per ragioni di stato. Poco dopo il matrimonio Margherita aveva trovato il marito impegnato in amorosi passatempi con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta, soprannominata “la Bolognina” e aveva immediatamente fatto le valige. Fu fermata da Vittorio Emanuele II che come abbiamo visto in fatto di donne  era piuttosto di manica larga che gli disse : «che tu lo voglia o no sarai la regina d’Italia, comportati di conseguenza» e lei obbedì. Si stabilì al piano nobile (il re nella dependance al piano terra già abitata dal padre con la famosa porticina). Margherita divenne amatissima dagli Italiani dedicandosi solo ad attività benefiche e il re continuò a frequentare la Bolognina (e altre, naturalmente). Ma sopratutto nonna perché ti ostinavi a chiamarlo “il re buono?” Le vicende storiche parlano chiaro: Umberto I non batté ciglio quando il generale Fiorenzo Bava Beccaris, per reprimere i moti popolari scoppiati a Milano e passati alla storia come “la protesta dello stomaco” l’ 8 maggio 1989 prese a cannonate la folla provocando 80 morti e 450 feriti. Anzi lo insignì della Gran Croce dell’ordine militare dei Savoia e un mese dopo lo nominò senatore a vita. Come esempio di bontà non c’è male.

Arriviamo al “Re Soldato” Vittorio Emanuele III soprannominato spregiativamente “sciaboletta”. A lui è possibile far risalire il famoso proverbio «fare le nozze con i fichi secchi». In un suo viaggio, infatti, aveva incontrato la principessa Elena. Figlia del re del Montenegro, Elena era una donna alta e formosa, direi giunonica. Fu per il piccolo e rachitico re un vero e proprio colpo di fulmine e iniziò una storia d’amore che sarebbe durata per tutta una vita. Vittorio Emanuele III non intese storie e la volle sposare a dispetto del padre, della corte, del governo, di mia nonna ovviamente e del giornalista Emanuele Scarfoglio, direttore del “Mattino” di Napoli. Questi, prendendo spunto dal fatto che il Montenegro basava il suo export soprattutto sui  fichi secchi, pubblicò un pezzo intitolato «Le nozze con i fichi secchi» criticando aspramente le nozze di Elena di Montenegro e del Principe di Napoli Vittorio Emanuele. In realtà il matrimonio fu un vero matrimonio d’amore ed Elena fu amata dagli italiani forse, addirittura più della suocera Margherita.

Vorrei concludere questo articolo, che naturalmente dedico alla mia antenata, con un fatto che, forse, pochi conoscono. Nel 1900 dopo l’assassinio di Umberto I, Vittorio Emanuele III aveva incassato una assicurazione dai Lloyds di un milione di sterline (circa una quarantina di milioni di Euro) e li aveva investiti presso la Banca Hambro’s di Londra. Il 10 giugno 1940 il piccolo re aveva dichiarato guerra alla Gran Bretagna, ma aveva mantenuto i depositi di famiglia presso la banca Hambro’s. Contrariamente ai beni di altri italiani i soldi di Vittorio Emanuele non furono confiscati bensì confluirono nel “prestito per la vittoria” acceso dal governo di sua Maestà per sconfiggere i nemici tra cui l’Italia di Casa Savoia. Questo significa che i coraggiosi fanti che andavano all’attacco al grido di “avanti Savoia” venivano, in realtà, barbaramente falciati dalle armi che anche il loro Re aveva contribuito ad acquistare. E non è tutto: nel 1947 un giudice inglese rese disponibile l’intera somma maggiorata dagli interessi per Vittorio Emanuele III ed eredi equiparati a qualsiasi altro suddito britannico. Questa nonna non me l’avevi raccontata! Altro che «Dio ti salvi amata insegna…» «Dio CI salvi!»

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