Equilibrio e allineamento individuale nella vita lavorativa Ovvero come scegliere il proprio lavoro ideale

di | Pubblicato il 6 ottobre 2016
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«Ho scoperto presto che non si può cambiare il mondo. Il meglio che si possa fare è imparare a convivere in equilibrio con esso». Questa frase, attribuita al saggista statunitense Henry Miller, porta con sé un sapiente consiglio così come conduce a una sconsolata riflessione. L’individuo cerca naturalmente di trovare un equilibrio tra sé e il contesto in cui vive: quando può, adatta l’ambiente alle proprie preferenze; in caso contrario, arriva anche a modificare le proprie idee per tollerare una condizione negativa e, raggiungendo un compromesso con sé stesso, rimuovere il conflitto. Il problema risiede nel fatto che quanto più tale compromesso intacca i livelli profondi della personalità dell’individuo, tanto più è intenso lo sforzo per accettarlo e, anche se il compromesso viene accettato, è più elevato il livello di disagio e di malessere inconscio che l’individuo rischia di raggiungere. Considerando che, nelle società evolute, le persone passano la maggior parte del loro tempo in contesti lavorativi, ci si spiega perché gli studi di psicologia debbano necessariamente integrarsi con quelli dell’organizzazione aziendale.

In questo ambito, il problema dell’equilibrio dell’individuo nel proprio contesto lavorativo può essere approfondito e schematizzato attraverso la rappresentazione della “piramide dell’allineamento individuale” riportata in Figura 1, ispirata allo schema dei livelli neurologici originariamente concepito da Robert Dilts nel 1990. 

Risalendo dal basso verso l’alto, ovvero partendo dall’ambiente e muovendosi verso gli strati più profondi dell’individuo fino alla sua identità, si trovano:

  • il contesto, ovvero ciò che si ha intorno; l’ambito lavorativo oltre a quello privato. Si consideri il caso del contesto tipico del trading floor finanziario e le mansioni assegnate a un dipendente di una banca d’affari. Qui tipicamente si richiede all’individuo di prendere velocemente decisioni importanti, interpretando in pochi istanti una serie di segnali che provengono dal mercato borsistico, reagendo in maniera fredda e con il solo e unico obiettivo di raggiungere un risultato economico misurabile attraverso pochi e sostanziali indicatori;
  • il comportamento è l’insieme delle reazioni dell’individuo, ovvero come egli esplica i propri incarichi, come si relaziona con altri colleghi, con i clienti, con i superiori, con il personale di servizio, o quanto impegno dedica alla propria attività. Generalmente chi lavora sui trading floor ha un comportamento caratterizzato da una grande concentrazione sul risultato e da una fortissima determinazione. Ciononostante, si registrano spesso comportamenti differenti relativamente al grado di sudditanza rispetto ai propri superiori oppure al livello di prevaricazione dei colleghi, tanto che i trader di successo spiccano per un comportamento visibilmente diverso da quello dei colleghi destinati a una carriera più limitata;
  • le capacità sono le competenze dell’individuo, ovvero ciò che egli sa fare, che purtroppo spesso non è allineato a ciò che effettivamente fa. Il dipendente della banca d’affari dell’esempio potrebbe essersi laureato in architettura anziché aver avuto una formazione in discipline economiche ma, nonostante tale disallineamento tra le sue capacità e ciò che gli è richiesto di fare, potrebbe comunque riuscire nel suo lavoro, magari compensando la sua carenza formativa con un’innata attitudine al   decision making e una grande capacità di gestione dello stress;
  • le convinzioni sono le idee che l’individuo si crea vivendo e operando nel contesto, quindi sono opinioni ben radicate, pur se generalmente formatesi in tempi recenti e che l’individuo è disposto a rimettere in discussione. Un dipendente della banca d’affari potrebbe essere convinto che il suo superiore gli preferisca un suo collega ai fini della progressione di carriera, oppure potrebbe essere sicuro di potersi fidare solo di alcuni colleghi e non di altri;
  • le credenze sono le idee raffinate ed elaborate negli anni, soprattutto attraverso la propria educazione, che l’individuo assume come certezze. I convincimenti politici, quando non si basano semplicemente sul giudizio dei singoli rappresentanti di partito, sono credenze; un altro esempio è dato dalle idee stereotipate, come quella secondo cui le donne sarebbero meno capaci degli uomini alla guida. In ambito lavorativo, molti dipendenti sono intimamente certi del fatto che esista una stretta corrispondenza tra le ore che dimostrano di trascorrere sul luogo di lavoro e la valutazione delle loro prestazioni;
  • i valori sono le qualità e i principi presi a riferimento per un giudizio. Sono pochi ma variegati ideali primitivi cui tutti gli individui prestano fede: libertà di azione oppure giustizia sociale, equità di trattamento oppure meritocrazia, ecc. Riprendendo il caso del trading floor, difficilmente chi segue la carriera della finanza potrà eccellere senza sposare il valore del giudizio meritocratico, per sé e per gli altri: l’agguerritissima concorrenza, soprattutto tra colleghi all’interno di una stessa società, viene innescata da schemi di   remunerazione e di progressione di carriera estremamente variabili sulla base dei risultati economici ottenuti. I dipendenti tendono, prima o poi, a correlare la propria autorealizzazione con i valori degli indicatori di prestazione lavorativa; nella mente dell’individuo, ciò porta a sminuire l’istinto di solidarietà tra colleghi, all’insegna della regola ben rappresentata dalla locuzione latina mors tua, vita mea.

L’architetto (A) impiegato nella citata banca d’affari fronteggia sicuramente un problema di disallineamento di capacità rispetto, ad esempio, al collega di studi che si è laureato con una tesi sul design di interni ed è stato assunto in uno studio di architettura per occuparsi di progetti di grandi ville. D’altra parte, però, egli ha avuto una formazione superiore che gli ha fornito un orientamento alla valu-tazione di aspetti quantitativi e che può essergli molto utile nel suo lavoro di trader. Il suo livello di frustrazione sarà, quindi, sicura-mente minore rispetto al caso di una laureata in psicologia (B) costretta, a causa di una difficile congiuntura del mercato del lavoro, a impiegarsi come massaggiatrice; in quest’ultimo caso, il grado di sovrapposizione tra le sue capacità e il comportamento richiesto è evidentemente ridotto. Questi due casi possono essere rappresentati con le piramidi differentemente disallineate e rappresentate in Figura 2.

Fortunatamente, il sempre più frequente disallineamento tra capacità e comportamento – disadattamento ambientale – è paradossalmente anche uno dei meno gravi da fronteggiare per l’individuo. Nonostante la psicologa citata in precedenza possa essere convinta di vivere una situazione di massima insoddisfazione, poiché sottovalutata e sottoimpiegata rispetto alle proprie capacità, tale disagio viene però riconosciuto ed esplicitato chiaramente e quindi, anche se in seguito a una necessaria riflessione, la situazione può essere gestita accettandola con un compromesso o rigettandola attraverso l’abbandono del lavoro. Il disallineamento di livello inferiore, tra comportamento e contesto, raramente conduce alla radicazione di un disagio personale, poiché non è una situazione stabile. Si consideri, ad esempio, il caso di un dipendente che non agisca conformemente a quanto richiesto: anche se costituisce un problema importante, è comunque destinato a risolversi in brevissimo tempo attraverso la sostituzione della persona in questione.

Una situazione ben peggiore deriva invece dal disallineamento ai livelli superiori, nel momento in cui la situazione di disagio e malessere non affiora chiaramente e rimane sopita, non portando ad una situazione decisoria, consumando interiormente l’individuo e spingendolo ad atteggiamenti distruttivi. Tra le configurazioni che conducono alle situazioni di stress più gravi si ha quella riportata nella Figura 3.

Rimanendo nel contesto dell’alta finanza preso come esempio in precedenza, questo potrebbe essere il caso di un top manager di successo: estremamente brillante e capace nel suo settore; fortemente allineato alla vision e alla mission della banca d’affari ove lavora; naturalmente a suo agio in un contesto assolutamente competitivo e carrieristico; convinto che la principale gratificazione provenga dai suoi successi in ambito lavorativo e che l’autoaffermazione personale si conquisti attraverso il confronto dei beni di lusso che il suo elevato bonus annuale riesce a garantirgli contro le meno ricche esibizioni dei suoi colleghi; cresciuto, però, in un contesto familiare e di amicizie basate su un fortissimo rispetto dei valori di solidarietà, generosità, spirito di gruppo, aiuto e comprensione dei meno fortunati. Tali situazioni sono spesso metabolizzate unicamente a livello inconscio e, quindi, più che risultare in latenti atteggiamenti di ostruzionismo, apparentemente irragionevoli, sono qualificabili nel lungo periodo come veri e propri fattori scatenanti gravi nevrosi nell’individuo.

L’espressione “ricerca di equilibrio” non deve essere quindi interpretata come la volontà di permanere in un atteggiamento statico: l’individuo realmente equilibrato è colui che persegue un allineamento tra valori, credenze, convinzioni, capacità, comportamento e contesto, costruendo una piramide ben solida e centrata sulle proprie fondamenta. Dal punto di vista lavorativo, l’allineamento assoluto – tanto raro quanto auspicabile – si ottiene quando l’individuo, cercando di conseguire la propria serenità e l’armonia con l’ambiente che lo circonda, si trova anche ad innalzare quantitativamente gli indicatori di prestazione dell’organizzazione ove lavora. È una condizione difficile da raggiungere ma che ognuno dovrebbe perseguire con tutte le proprie forze; soprattutto all’inizio della propria carriera lavorativa, quando le scelte occupazionali tendono a basarsi su strategie miopi o sulla valutazione di aspetti puramente economici o logistici, dimenticando la nota massima di Confucio: «scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua».

Riadattato da: M.M. Schiraldi “Gestione del Cambiamento e Leadership”, in Manuale di Direzione d’Impresa a cura di A. La Bella e G. Capece, Edizione Franco Angeli, 2012.

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