La leadership negli sport di squadra

di | Pubblicato il 6 ottobre 2016

Leader gerarchico e leader naturale: questi due concetti sono sicuramente familiari ai lettori del punto, in quanto trattati in diversi articoli della rivista. In sintesi: all’interno di un gruppo sociale non è detto che il leader secondo gerarchia (il top manager) sia sempre la persona di maggior carisma, quella con i legami sociali più estesi e con le maggiori capacità di influenza. Spesso si viene a creare una situazione in cui coesistono più leader: quelli ufficiali, che comandano in virtù della loro posizione nella gerarchia, e uno (o più) persone che sono leader “di fatto”, in virtù della loro centralità nella rete sociale.

Questa situazione di leadership condivisa è rappresentata in modo esplicito e formalizzato all’interno di una qualsiasi squadra sportiva: il leader ufficiale, quello eletto dalla società, è  rappresentato dall’allenatore. E poi c’è il leader scelto dalla squadra per le sue qualità umane, relazionali e (non ultime) sportive, ossia il capitano. Allenatore e capitano devono essere capaci di collaborare se vogliono che il progetto sportivo abbia successo. L’allenatore, essendo eletto dall’esterno, deve saper conquistare la fiducia della squadra, deve saper farsi rispettare dimostrando le sue capacità tattiche e relazionali. Anche il capitano, una volta eletto, deve saper confermare la sua posizione di leadership, mantenendo buoni rapporti con tutti i membri della squadra, facendosi portavoce delle loro necessità e sapendo guidare e motivare il gruppo sul campo di gioco.

Questa situazione relazionale è abbastanza semplice all’interno di una squadra dilettantesca, in cui spesso i membri fanno parte di una comunità locale e hanno rapporti di amicizia anche nella vita privata. Ma nelle società sportive professionistiche la situazione si fa più complessa: ci sono maggiori interessi in gioco, gli atleti sono pagati per giocare e spesso cambiano diverse  squadre nella loro carriera, i rapporti nel gruppo sono meno stabili e solidi, e il capitano, salvo rare eccezioni, non è più eletto dai pari ma viene scelto congiuntamente dalla società e dall’allenatore. Considerando che una squadra di alto livello è formata da un gruppo di persone estremamente competitive e affamate di protagonismo, si può immaginare quali difficoltà gestionali debbano affrontare allenatore e capitano. La situazione, poi, è a volte complicata anche dalla presenza di una terza figura di leader, il presidente della società, che può intromettersi nella direzione della squadra, anche se quasi mai con esiti positivi.

Queste dinamiche di gruppo rispondono, comunque, ai livelli alti e a quelli bassi, alle regole di rapporto che esistono in qualsiasi micro-società, che sia un gruppo informale di pari o una divisione aziendale. Proprio per la sua “formalità” e per la rigida divisione dei ruoli, una squadra sportiva può essere presa ad esempio come microcosmo dove osservare e sperimentare le regole della leadership.

any-given-sundayUn film che ben racconta le dinamiche di leadership che possono esistere all’interno di una società sportiva professionistica è Ogni maledetta domenica (Any given sunday, 1999), diretto da Oliver Stone. Si tratta di una storia corale che racconta le vicende di una fittizia squadra di football americano, i Miami Sharks, concentrandosi in particolare su tre personaggi: l’allenatore Tony D’Amato (Al Pacino), la giovane presidente Christina Pagnacci (Cameron Diaz) e il quarterback Willie Beamen (Jamie Foxx).

Tony D’Amato, allenatore veterano dalle idee tattiche antiquate, piace poco alla presidentessa, che non fa nulla per nasconderlo. Christina è un classico esempio di “presidente impiccione”: dirige la squadra perché ha ereditato il franchise dal padre (morto di recente) e fa di tutto per minare la leadership di Tony. Gli impone come vice un allenatore giovane e più moderno; si rapporta spesso direttamente con i giocatori scavalcando la gerarchia di spogliatoio; non ultimo, cerca di dargli consigli di direzione. Tony mal sopporta le ingerenze di Christina e quando lei arriva a scendere in spogliatoio a metà partita per imporgli un cambio lui impazzisce di rabbia: «Non parlarmi in quel modo davanti ai miei giocatori!»

Si dice spesso che il presidente di una squadra professionistica dovrebbe avere un ruolo di mecenate silente, non dovrebbe intromettersi nella direzione del gruppo per non oscurare la leadership dell’allenatore e fargli perdere credito agli occhi dei giocatori. Esistono, nella realtà, esempi di presidenti “padroni” che con la loro invadenza hanno portato confusione nel gruppo, finendo per danneggiarlo. In una intervista del 2015 il presidente del Torino FC, Urbano Cairo, dimostra di aver capito questa lezione strada facendo: «All’inizio [parlavo alla squadra] molto di più. Credo di essere un buon motivatore. Gestisco mille dipendenti. Ma ho capito che il calcio richiede un approccio militare: vanno rispettate autorità e gerarchie. Se scavalco tecnico e d.s. li delegittimo.»

Per quanto riguarda, invece, il ruolo del leader in campo, quello del capitano, possiamo esaminare il personaggio di Willie Beamen. All’inizio del film Willie  è il quarterback seconda riserva; ma a causa del doppio infortunio del titolare e della prima riserva, si trova all’improvviso, inaspettatamente, titolare. Il ragazzo è la classica “testa calda” di talento. Grazie alla sua inventiva e alle sue doti atletiche, si mette in mostra come giocatore spumeggiante e diventa nel giro di poche partite un idolo dei fan. Ma il talento nel gioco non coincide per forza col talento nella leadership e Tony D’Amato lo capisce, ammonendo il giocatore a fare attenzione: il quarterback è il giocatore che «si prende le responsabilità» quello che «tutti guardano per primo, il leader della squadra» e gli altri giocatori sono disposti a «rompersi le costole e il collo» per il quarterback solo se lui sarà capace di guidarli, di motivarli, di essere «un esempio» e di «sacrificarsi» per loro. Ma Willie non è d’accordo. È un giocatore ormai a metà carriera e questa è forse la sua ultima, grande, insperata occasione di mettersi in mostra, farà di tutto per prendersi i meriti che crede di avere e l’importanza della squadra è secondaria rispetto all’importanza del suo successo personale. Prevedibilmente, quando Willie rilascia un’intervista in cui si prende tutti i meriti per la striscia di successi della squadra, i giocatori si ribellano alla sua leadership imposta e fanno naufragare una partita, rifiutandosi di giocare per lui e dimostrando la validità della “morale” di Tony D’Amato. 

Ma quanto peso hanno realmente le capacità di leadership di un allenatore sulle prestazioni di una squadra?

È noto che, in tutti gli sport, il fattore che maggiormente pesa sulle possibilità di vittoria è il monte stipendi dei giocatori. Il grande genio del calcio Johan Cruijff, da poco scomparso, spiegò con queste parole la sua visione del suo ruolo di allenatore: «Il mio compito è cercare buoni giocatori e mettere insieme il miglior gruppo possibile. Se i tuoi giocatori sono meglio degli avversari, il 90% delle volte vinci.» L’affermazione sembra quasi sciocca, nella sua banalità, ma è vera. Esiste un modo scientificamente accurato di valutare la bravura di un giocatore: il suo valore di mercato. Il mercato dello sport professionistico, infatti, si avvicina alla perfezione perché c’è trasparenza di informazioni (tutti vedono le prestazioni di un giocatore e possono decidere di conseguenza il suo valore) e alta competitività. Perciò lo stipendio di un giocatore coincide, nella maggior parte dei casi, col suo valore in campo. In tutti gli sport di squadra la correlazione tra monte stipendi totale e posizione della squadra in classifica a fine campionato è altissima. Simon Kuper e Stefan Szymanski hanno calcolato quella per la Serie A di calcio nel periodo dal 1987 al 2001 ed è altissima: 93%1. Numeri molto simili si trovano anche per le altre massime serie all’estero, sia nel calcio che in altri sport professionistici. Quindi incredibilmente vicino al 90%  dichiarato a spanne da Cruijff.

Il ruolo dell’allenatore esce ridimensionato dalla lettura di questi dati. Ma ciò non significa che è del tutto ininfluente. Innanzitutto bisogna considerare che 93% non significa certezza di totale corrispondenza tra stipendi e classifica e che è pur sempre una percentuale cumulativa calcolata su un intervallo di quindici anni. Infatti, ogni anno ci sono squadre che si discostano dalla linea di regressione, performando leggermente meglio o leggermente peggio del loro valore monetario. E qualche volta, circa ogni venti anni, nasce anche qualche “cigno nero”, cioè accadono quelli che la stampa sensazionalistica definisce “miracoli sportivi”. Il caso più recente è quello del Leicester City che l’anno scorso, guidato dall’allenatore italiano Claudio Ranieri, ha vinto la Premier League, la massima serie del calcio inglese, con il quartultimo monte stipendi d’Inghilterra (quartultimo: secondo la retta di regressione elaborata da Kuper e Szymanski la squadra sarebbe dovuta retrocedere).

Sono esistiti, nella storia, altri allenatori che hanno guidato le proprie squadre in imprese inaspettate. Proprio nel calcio il caso più famoso è quello di Brian Clough, che a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 ha saputo ottenere eccezionali risultati con club storicamente piccoli, vincendo per ben due volte la Premier League con due squadre da bassa classifica, il Derby County e il Nottingham Forest. Con quest’ultima si è superato, conquistando anche due storiche Coppe dei Campioni consecutive, facendo del Nottingham Forest l’unica squadra al mondo ad aver vinto più Coppe dei Campioni che campionati nazionali.

damnedClough ha avuto una sola annata disastrosa nella sua storia di allenatore, paradossalmente quando si è ritrovato ad allenare un club di alto livello, il Leeds United. La storia di questa infelice esperienza è stata romanzata nel film The Damned United (Il maledetto United, 2009), diretto da Tom Hooper e tratto dall’omonimo romanzo di David Peace. L’insuccesso è, ancora una volta, un problema di leadership. Quando Clough (interpretato da Michael Sheen nel film) arriva a Leeds, la squadra è campione d’Inghilterra in carica e lui va a sostituire il leggendario manager Don Revie (Colm Meaney), che ha guidato con grande successo il club nei quindici anni precedenti. I giocatori del Leeds sono, perciò, molto legati a Revie, e si mostrano da subito diffidenti nei confronti del nuovo arrivato. Clough, da parte sua, non fa nulla per rendersi simpatico ai giocatori. Da avversario del Leeds era stato critico nei confronti del loro stile di gioco falloso e, a suo dire, disonesto. Una volta arrivato in squadra non cambia idea sui suoi principi di gioco onesto e cerca di imporli ai giocatori. Ma il tentativo di rivoluzione fallisce. Il leader in campo, il capitano della squadra Billy Bremner (Stephen Graham), si fa espellere alla prima partita per una rissa in campo con un giocatore avversario e per il comportamento disonorevole gli vengono dati due mesi di squalifica. Nelle partite successive la squadra si sgretola sotto gli occhi dell’impotente Clough, i giocatori si rifiutano di rispondere ai suoi comandi, la squadra colleziona una serie di sconfitte e dopo soli 44 giorni Clough viene esonerato dalla dirigenza della società per manifesta incapacità di gestione.

Forse il fatto che Clough abbia vissuto il suo più cocente insuccesso nella squadra più prestigiosa che ha allenato non è paradossale come sembra: Clough è diventato famoso per la sua capacità di recuperare giocatori di talento considerati problematici o finiti, grazie ai quali ha saputo portare in  alto squadre di bassa categoria. Trovatosi a gestire undici star appagate non ha saputo applicare su di loro le stesse tecniche direttive e motivazionali.

miracleUn altro allenatore che è stato capace di portare in alto una squadra di underdog in maniera totalmente inaspettata è stato Herbert Brooks, allenatore della nazionale statunitense di Hockey su ghiaccio che ha vinto le olimpiadi invernali del 1980 battendo i plurivincitori russi. La storia è stata raccontata nel film Miracle (2004) diretto da Gavin O’Connor.

La nazionale statunitense di hockey su ghiaccio, all’epoca, non godeva di grande prestigio, a differenza di quella russa che ormai da decenni vinceva regolarmente tutte le competizioni internazionali. Questo è dovuto in parte al sistema sportivo statunitense, in cui le competizioni per sport di squadra sono gestite non da leghe nazionali statali, come avviene in tutto il resto del mondo, ma da leghe private. Perciò, in tutto il mondo le squadre sportive private sono sanzionate se non lasciano liberi i giocatori convocati per le competizioni delle squadre nazionali. Negli Stati Uniti, invece, le squadre possono rifiutare (e spesso rifiutano) di lasciar partire i loro giocatori più preziosi per le competizioni delle nazionali. Gli allenatori delle nazionali statunitensi, quindi, spesso si devono accontentare di professionisti di secondo piano.

Brooks (interpretato nel film da Kurt Russel) prese all’epoca una decisione drastica: rinunciò totalmente ai professionisti e scelse i suoi giocatori tra le fila dei campionati universitari. Mise così insieme una squadra giovanissima e inesperta che inizialmente non venne presa sul serio da nessuno. Il film mostra il duro lavoro di preparazione di Brooks, un sapiente mix di tattiche innovative, cementazione dello spirito di squadra e motivazione. Uno dei leit motiv del film è proprio quello della “squadra”. A intervalli regolari si sente l’allenatore chiedere ai giocatori: «Come ti chiami? E per che squadra giochi?» Ogni giocatore risponde con il proprio nome e cognome e con l’università a cui è iscritto. Finché una sera, deluso dall’atteggiamento molle e distratto dei giocatori, Brooks decide di punirli con un estenuante allenamento in notturna, che sembra dover proseguire all’infinito, finché uno di loro, il futuro capitano della squadra, compreso il punto delle domande ripetute dell’allenatore nei mesi precedenti, alza la voce e grida: «Mi chiamo Mike Eruzione e gioco per gli Stati Uniti d’America.» La scena è enfatica, come si addice all’enfatico genere dei film sportivi (e non dimentichiamo che si tratta per giunta di un film Disney), ma coglie il punto fondamentale: il gruppo non è più un insieme di singoli provenienti da luoghi diversi che giocano per squadre diverse, ma un organismo unico che lavora per un unico obiettivo: vincere le olimpiadi. L’importanza dei fattori motivazionali e di leadership in questa vittoria impronosticabile è testimoniata anche dalla successiva carriera dei giocatori che fecero il “miracolo”: solo pochi di loro ebbero delle carriere di rilievo nell’hockey professionistico. Il capitano Mike Eruzione decise addirittura di ritirarsi alla fine di quella stessa competizione, ritenendo di aver raggiunto il massimo risultato possibile per le sue capacità. Insomma, in quell’impresa Brooks è riuscito a sopperire alla mancanza di talento dei singoli con le sue doti manageriali e di team building.


1 Kuper, S., & Szymanski, S. (2012). Soccernomics. Nation Books New York.

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