A “Lezioni Americane” da Italo Calvino Un maestro d'eccezione ci insegna la comunicazione

di | Pubblicato il 18 dicembre 2016

Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio è un libro basato su una serie di lezioni/conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere, nell’autunno del 1985, all’Università di Harvard, nel contesto delle prestigiose Norton Poetry Lectures, intitolate al dantista e storico dell’arte americano Charles Eliot Norton. Calvino, primo scrittore italiano ad essere invitato come relatore, tuttavia non riuscì mai a partecipare: morì prima di poter partire per gli Stati Uniti, nel settembre del 1985, e gli scritti in questione furono, appunto, raccolti con il titolo di Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio e pubblicati postumi a cura della moglie Esther.

«La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi sui mezzi specifici. Vorrei dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio».

La scelta del tema da proporre in occasione delle Norton Poetry Lectures era libero e Calvino decise di circoscrivere il proprio. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità: ecco i valori letterari di base, quelli da conservare e trasmettere al millennio successivo. In realtà esisteva anche una sesta lezione, dedicata alla consistenza, di cui rimangono solo degli appunti.

Ma andiamo con ordine:

«Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti di diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso».

Il primo valore analizzato è la  leggerezza, intesa come definizione totalizzante del lavoro stesso dello scrittore. Saltellando tra i grandi della propria biblioteca, Calvino dimostra come la semplicità sia la chiave della buona comunicazione. Usare un linguaggio chiaro e leggero, che renda il testo facilmente fruibile è sempre la via da preferire. Dante, Cavalcanti, Shakespeare ma anche Cervantes, Cyrano de Bergérac, Swift e Leopardi: tutti gi scrittori che l’autore ricorda sono riusciti a dare spessore e concretezza alle cose attraverso un linguaggio leggero, liberato dal peso della tradizione e delle regole.

La seconda delle lezioni è intitolata rapidità ed è un viaggio nel rapporto tra la letteratura e il tempo, una ricchezza di cui lo scrittore o chiunque voglia comunicare qualcosa dovrebbe poter disporre con agio. «Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo, tramite gli espedienti tecnici dell’iterazione e della digressione». Calvino parte dai suoi studi sulle folk tales, che lo avevano da sempre affascinato proprio per l’economia, il ritmo, la logica essenziale con cui sono raccontate, ma cita anche Galileo, Leopardi e Borges, maestro di precisione e concretezza ma anche capace di straordinarie aperture all’infinito. «Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero.» E ancora: «in un’epoca in  cui altri media  velocissimi e di estesissimo raggio trionfano e rischiano di appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la lezione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto diverso non ottundendone bensì esaltandone le differenze, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto». La rapidità di Calvino consiste dunque, nella capacità dello scrittore di lasciare spazio alla fantasia di chi legge. Il tempo sembra non essere mai abbastanza, per questo la narrativa deve farsi più concisa, sintetica, concentrata ma capace, sempre, di tendere all’infinito cognitivo e immaginario.

Exactitude è il titolo della terza lezione ossia esattezza, un concetto complesso che in Calvino riunisce vari aspetti: un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato, l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili e un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione. Dunque una comunicazione scritta, e non solo, che sia impostata su un piano logico-narrativo chiaro ed efficace, capace di evocare immagini, suoni, emozioni. Calvino ritiene di doversi giustificare per ribadire dei principi che dovrebbero essere ovvi, ma a suo parere il linguaggio viene usato sempre di più in modo approssimativo e confuso. «A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola».

La quarta lezione americana è dedicata alla visibilità e si apre con un verso di Dante, in quanto il poeta parla delle immaginazioni che si proiettano nella sua mente come su uno schermo separato dalla realtà oggettiva. Calvino distingue tra due tipi di processi immaginativi: quello che vede l’immagine come conseguenza della parole e quello che la identifica come causa; a tal proposito fa riferimento alla lettura di libri e alle scene di un film. «Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini». Calvino è preoccupato e non lo nasconde: esiste un futuro per l’immaginazione individuale in quella che è ritenuta la civiltà dell’immagine? Nel diluvio di immagini prefabbricate l’uomo sarà ancora in grado di distinguere la vita vissuta da quella proposta dalla televisione? Due sono le vie indicate dall’autore: riciclare le immagini usate in un nuovo contesto che ne cambi il significato, oppure fare il vuoto per partire da zero.

È impressionante costatare come Calvino, parlando di scrittura e non conoscendo Internet, abbia non solo intravisto nell’ipertesto uno degli strumenti più importanti nella costruzione di un discorso (non solo scrivere qui e ora ma è anche necessario che i contenuti rimandino ad altri contenuti) ma abbia anche previsto un futuro di iper-informazione e di un mondo soffocato di informazioni ma incapace di dare a queste ultime una priorità e una relatività.

Altrettanto contemporanea è la lezione sulla molteplicità, l’ultima che Calvino è riuscito a completare, che altro non è che un’apologia del romanzo come grande rete. Calvino, partendo da una citazione di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda descrive il romanzo moderno come un metodo di conoscenza, e soprattutto una rete di connessione tra fatti, persone, cose del mondo, caratterizzato dall’incapacità a essere concluso.

Calvino non sembra voler stare dalla parte della molteplicità che porta all’incompiutezza, infatti scrive: «tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella del Valery pensatore». Ma al tempo stesso Calvino sa bene che «Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili».

È ora di tirare le somme: cosa ci ha insegnato Calvino? A mio avviso ci ha tramandato un insegnamento universalmente valido ossia l’importanza di essere flessibili, pronti e aperti al cambiamento. Portandoci quasi per mano ci ha suggerito di essere leggeri nella pesantezza e rapidi nella lentezza, imprecisi nell’esattezza, concreti nell’immaginazione e unici nella molteplicità. Difficile imparare così tanto da un solo autore.

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