Combatti e impara, oppure fuggi e peggiora

di | Pubblicato il 22 giugno 2017
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Tutti hanno, almeno una volta nella vita, sperimentato qualche situazione critica, o qualche sconfitta. Siamo stati scavalcati in una promozione, il nostro progetto è stato abbandonato a favore di quello promosso dal nostro rivale, abbiamo perso influenza sulle decisioni, molte delle persone che credevamo vicine ci hanno abbandonato. La varietà di queste situazioni, potenziali fonti di stress, è praticamente infinita. Però, nel contesto di cui ci occupiamo, hanno alcune caratteristiche comuni. La prima: emozioni negative. Tristezza, rabbia, rimpianti, invidia. La seconda: autostima e autoefficacia messe a dura prova. Ci sentiamo cioè incapaci di far fronte alla situazione, percepiamo di non essere in grado di influenzare significativamente il corso degli eventi, e anche ciò che credevamo sotto controllo sembra sfuggirci di mano. Terzo: i nostri argomenti cadono nel vuoto, non fanno presa sugli altri, nel caso migliore vengono ignorati, quando non esplicitamente confutati. Infine, subiamo pressioni per modificare le opinioni, posizioni e comportamenti cui eravamo abituati.

Reagire per riconquistare attenzione e controllo può essere difficile. Infatti, le situazioni critiche causano una condizione di stress che riduce le nostre capacità di risposta proprio quando avremmo maggiore bisogno di lucidità e freddezza; la mente emozionale prende il sopravvento, portandoci in molti casi a decisioni e comportamenti inadeguati che quindi, a loro volta, costituiscono un’ulteriore fonte di stress. Dal punto di vista relazionale ciò può provocare veri e propri disastri; oltretutto, per quanti sforzi facciamo, la condizione di stress viene immediatamente e inevitabilmente segnalata dal linguaggio del corpo, contribuendo a diffondere emozioni negative di cui veniamo subliminalmente percepiti come il centro, generando così un clima sfavorevole nei nostri confronti. Se a ciò si aggiunge che lo stress scatena una serie di reazioni ormonali le quali conducono a una sensazione di malessere fisico, si capisce come riacquistare il pieno controllo di sé stessi e della situazione richieda consapevolezza e impegno.

Il primo passo quindi per affrontare le situazioni critiche è quello di far fronte allo stress e ricondurre le corrispondenti tensioni a livello accettabile, magari interpretando una crisi come una sfida motivante, e quindi come un’opportunità per mettere alla prova noi stessi e le nostre capacità.

Non possiamo nasconderci che gravi circostanze possano mettere a dura prova la nostra capacità di coping. Parliamo di eventi irreversibili e drammatici che comportano perdite definitive della salute, di affetti particolarmente cari, di risorse determinanti. È vero che esistono persone che sono riuscite a fronteggiare situazioni di questo tipo, senza perdere l’ottimismo, la voglia di dare un significato alla propria vita, di incidere in modo indelebile sul loro contesto ambientale e culturale (un esempio tra i tanti è quello del grande astrofisico Stephen Hawking). Tuttavia, qualche esperienza personale mi ha insegnato quanto sia difficile, presuntuoso e inopportuno elargire consigli su come comportarsi e riprendersi in casi drammatici come questi, che spesso solo un aiuto professionale può contribuire a superare.

A parte quindi questi casi “catastrofici”, se vogliamo avere la possibilità di recuperare, mantenere e magari migliorare la nostra posizione all’interno del sistema relazionale organizzativo o sociale, dobbiamo in primo luogo reagire allo stress e riportarci in condizioni di lucidità. Ciò non vuol dire soffocare le emozioni. Al contrario significa dare a esse il giusto peso e capitalizzarle per trovare la spinta motivazionale ad agire. Per questo però dobbiamo trasformare in positivo le pulsioni negative che in questi casi affollano il cuore e la mente.

Il primo suggerimento è quello di accettare senza avvilirsi un adeguato periodo “di ripresa”, naturalmente proporzionato alla natura e all’entità dello stress subito. Se subiamo un incidente di natura fisica (ad esempio una brutta caduta, una storta o, peggio, una frattura) è necessario dare al nostro organismo il tempo di guarire prima di riprendere le usuali attività. La stessa cosa è opportuna per quanto riguarda gli “incidenti emozionali”. Prendiamoci allora un giusto intervallo di tempo (qualche giorno, non mesi!) per crogiolarci nella rabbia e nel risentimento; poi basta! Metabolizziamo lo stressore, collochiamolo in una giusta prospettiva, pianifichiamo una strategia di risposta e concentriamoci sulle azioni da compiere per recuperare.

Proviamo in primo luogo a porci una domanda: qual è l’importanza su una scala da 1 a 10? Ad esempio, trovando un graffio sulla fiammante carrozzeria della macchina nuova chiunque sarebbe probabilmente portato a reagire come se fosse un evento da 8, mentre al massimo si tratta a dir tanto di un 2. E che tracce lascerà su di me tra sei mesi? Ci penserò ancora, sarà ancora importante? Ovviamente, almeno se viviamo a Roma o in un’altra grande città, tra sei mesi l’auto sarà abbastanza piena di graffi e piccole ammaccature.

Valutiamo anche l’utilità delle nostra reazioni emozionali e comportamentali: sono appropriate ed efficaci? Il problema viene risolto, o ridotto oppure si accentua per ciò che sto facendo? Come posso influenzare o migliorare la situazione corrente? Non è che per caso la vita sta cercando di insegnarmi qualcosa? E come posso mettere a frutto questa situazione sgradevole?

Non dimentichiamo infatti che tutte o quasi le situazioni di crisi, se prese per il verso giusto, possono costituire fortissimi stimoli per apprendere e migliorare. Chiediamoci allora anche se c’è qualcosa da imparare per modificare azioni, comportamenti, ecc. per evitare che il problema si ripresenti in futuro.

Impariamo quindi a motivarci ad affrontare problemi e opportunità in una nuova prospettiva, in un’ottica problem solving. Modifichiamo il modo con cui percepiamo le situazioni favorevoli e, soprattutto, le avversità, cambiando le associazioni mentali. Sostituiamo nella nostra mente le emozioni dolorose e spiacevoli con quelle positive e piacevoli. Aumentiamo la nostra capacità di sostenere la fatica emotiva necessaria per uscire dalle routine e dalle crisi in cui ci troviamo intrappolati. Nello stesso tempo, valutiamo onestamente come e quanto sia necessario aumentare o perfezionare le competenze tecniche relative al dominio in cui operiamo.

Se riflettiamo, infatti, ci rendiamo conto che, qualunque essa sia, la causa che ha determinato ciò che per noi rappresenta un’oggettiva situazione di crisi essa può essere ricondotta a uno o più dei seguenti tre casi fondamentali:

  • carenze tecniche, nel senso che le conoscenze, le abilità, le competenze e l’esperienza che possediamo si sono rivelate inadeguate rispetto ai compiti da affrontare, ai progetti da sviluppare, agli argomenti da sostenere, producendo risultati al di sotto delle attese e delle prestazioni dei nostri pari;
  • carenze di comunicazione, nel senso che non siamo stati in grado di presentare, valorizzandoli con efficacia, gli argomenti a nostro favore;
  • carenze relazionali, nel senso che abbiamo trascurato di coltivare una rete di rapporti interpersonali su cui far leva nei momenti in cui fosse necessario un supporto di opinioni, consigli e, anche, prese di posizione.

In ogni caso, sono nostre carenze. Se abbiamo fallito, è evidente che qualcuno ci ha superato su uno o più di questi tre piani. Per prima cosa dobbiamo procedere consapevolmente a “restaurare” la fiducia in noi stessi. Identifichiamo con realismo chi siamo, i nostri punti di forza e gli inevitabili lati deboli della nostra personalità, competenze e abilità, confrontandoli con le nostre ambizioni e aspirazioni, ovvero con l’immagine di ciò che vorremmo essere. Su questa base costruiamo un percorso di apprendimento che da un lato ci conduca a nuovi comportamenti e, dall’altro, a rivedere, estendere e migliorare il nostro sistema relazionale a supporto delle nostre aspirazioni. Lo schema in figura 1 rappresenta questo processo, proposto per la prima volta nella “teoria del cambiamento intenzionale” elaborata a partire dagli anni ’70 da Kolb e Boyatzis (Fig. 1).

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Fig. 1 – Il percorso di autoapprendimento

Il processo parte da due discontinuità (indicate in rosso), innescate da una situazione di stress, che rappresentano rispettivamente la scoperta di chi vogliamo essere (sarebbe meglio dire “diventare”) e la chiara presa di conoscenza di ciò che siamo veramente. È questa la base per capire come costruire sui punti di forza che certamente abbiamo e come attenuare i punti di debolezza che pure, altrettanto certamente, abbiamo. Facendo riferimento allo schema della figura 2, ciò significa ad esempio porsi l’obiettivo di passare dallo stato S1 allo stato S3, che rappresenta un notevole miglioramento rispetto ai due ipotetici attributi U1 e U2.

Se ci applichiamo con onestà intellettuale e perseveranza arriveremo a individuare e sperimentare nuovi comportamenti, sensazioni ed emozioni; selezioneremo quelli che ci portano più vicino all’immagine ideale che abbiamo costruito e, tramite la pratica continua, riusciremo a consolidarli, rendendoli automatici. Tuttavia il processo di cambiamento presenta molti elementi di criticità: potremmo all’inizio non riuscire a centrare l’obiettivo, ed essere costretti almeno temporaneamente ad attestarci su un traguardo intermedio; oppure potremmo temporaneamente scivolare sotto il livello raggiunto rispetto a uno dei due attributi, generando una criticità di processo che però può non essere gravissima se la caduta rispetto a uno di essi è compensata dall’incremento dell’altro (l’area veramente critica, che rappresenta un arretramento totale e quindi da evitare, è indicata in figura 2 come area dello stress). Per questo sottolineiamo ancora l’importanza di sviluppare un sistema di relazioni capaci di sostenerci e darci fiducia nell’affrontare questo percorso di autoapprendimento.

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Fig. 2 –  Le criticità del cambiamento

Quando finalmente raggiungiamo lo stato desiderato S3 nuove abilità e nuovi comportamenti sono stati acquisiti, le percezioni affinate, le emozioni e i sentimenti sono positivi e stimolanti; e tutto funziona senza scosse, in modo spontaneo: possiamo definirci capaci inconsapevoli (quadrante QIV in figura 3) perché non abbiamo più bisogno di riflettere sulle azioni da compiere. Tuttavia questo processo di autoapprendimento deve essere intrapreso in modo ciclico, ogni volta che una crisi rivela l’inadeguatezza dello stato in cui ci troviamo. Infatti, a lungo andare quello che era un punto di arrivo diventa insoddisfacente, ci adagiamo nella routine e anche se ci sembra di non avere più nulla da imparare, diventiamo inadeguati rispetto all’evolversi delle circostanze: siamo caduti, senza rendercene conto, nel quadrante QI ove rimaniamo finché una crisi riveli la nostra incapacità. A questo punto passiamo nel quadrante QII, siamo consapevoli: possiamo affrontare la sfida avviando il processo descritto nelle figure 1 e 2, oppure rifiutare il cambiamento necessario negando l’evidenza. La scelta è sempre la solita: fight (combatti e impara) or flight (fuggi e peggiora). Se fuggiamo, torniamo in QI, ma siamo meno felici di prima, anche perché ciò peggiora l’autostima. QII è comunque il quadrante in cui iniziamo l’esplorazione, capiamo che le mappe mentali, le percezioni, i comportamenti hanno bisogno di aggiornamenti. Se affrontiamo la sfida con volontà e impegno, accettando anche il forte carico emotivo che ciò comporta, arriviamo (magari per tentativi e percorsi non lineari, come abbiamo visto poco sopra) nel quadrante QIII: ormai non abbiamo più paura, sappiamo che possiamo farcela. È lo stadio del commitment, non ci ferma più nessuno: potremmo anche non farcela ad andare oltre, ma almeno siamo decisi.

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Fig. 3 – I quattro stati mentali

QIV è il punto di arrivo: nuove conoscenze, capacità e competenze sono state acquisite, nuovi comportamenti sono divenuti automatici, il sistema relazionale è stato aggiornato. E per un po’ possiamo godere il meritato successo, almeno finché nuove circostanze e/o cambiamenti nell’ambiente organizzativo e relazionale in cui operiamo non determinino una nuova situazione di crisi.

Tratto con adattamenti da: A. La Bella (2017) Leadership, comunicazione e carisma, Scienza e tecnica della seduzione.

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