Le parolacce nella comunicazione Istruzioni per l'uso

di and | Pubblicato il 22 settembre 2017

Come osservava agli inizi del ‘900 il neurologo inglese John Hughlings Jackson: «la prima volta che gli uomini, invece di aggredirsi con pietre e frecce, si sono presi a male parole la civiltà ha fatto un enorme balzo in avanti». Tuttavia, nonostante questa funzione civilizzatrice, le parolacce hanno sempre costituito un tabù e sono state oggetto di costante condanna, oltre che di tentativi di limitarne la diffusione. Basta pensare che per la frase «I don’t give a damn», pronunciata da Clark Gable alla fine del film, nel 1939 il produttore di Via col vento fu multato di 5.000 dollari. E ricordiamo che in Italia solo nel 1999 è stato abrogato il reato di turpiloquio. Ma la condanna di questo fenomeno linguistico è molto antica: a Roma gli spergiuri erano gettati dalla rupe Tarpea, gli egiziani punivano i bestemmiatori con la decapitazione, i greci con il taglio delle orecchie, per gli ebrei c’era la lapidazione, nel medioevo chi fosse stato sorpreso a proferire “vocaboli indicibili” era messo alla gogna, fustigato o gli era marchiata la fronte.

Questa ossessiva necessità di reprimere la possibilità di esprimersi con le parolacce contrasta con l’uso frequente che di tali parole è stato fatto, e si continua a fare, nella letteratura, nelle rappresentazioni teatrali e, più recentemente, nel cinema, nella televisione e nei cosiddetti “social media”. Segnaliamo su questo argomento il bellissimo volume L’osceno è sacro di Dario Fo, a cura di Franca Rame, in cui l’autore, aiutandosi con 133 deliziosi disegni originali, racconta alcune storie tratte dai miti greci e romani, dall’Asino d’Oro alle Mille e una notte, da Dante Alighieri ai poeti provenzali, dalla tradizione napoletana a quella giullaresca medievale, e molte altre ancora; e spiega come attraverso le parolacce si possano capire, meglio di qualunque indagine scientifica, la cultura, i valori, le doti positive e negative di un popolo.

In Elogio del turpiloquio. Letteratura, politica e parolacce il sociologo Romolo Giovanni Capuano ci propone esempi che vanno dai Fioretti di San Francesco ad alcune opere di Swift, Coleridge, Sterne, Trotskij, Hugo, Rubin per dimostrare che le parolacce tengono lontano il male, giovano alla salute, rinfrancano lo spirito, ci forniscono informazioni preziose sui misteri del sesso e sulla struttura della società. Certo, le buone maniere condannano il turpiloquio, considerato, se non immorale, quanto meno una deplorevole caduta di stile; però, secondo Capuano, non c’è dubbio che le parolacce assolvano a diverse funzioni positive. La prima è quella apotropaica di allontanare gli influssi maligni; e, in effetti, nei già citati Fioretti il diavolo viene tenuto a bada con parolacce che sorprendono in bocca a un santo, però di indubbia efficacia. In secondo luogo il turpiloquio è uno strumento di comunicazione che permette di entrare in sintonia con un pubblico più vasto di quello raggiungibile con la retorica sofisticata e con il ragionamento sottile. Anche se siamo portati a criticare l’uso delle parolacce, tendiamo inconsapevolmente a considerare più affidabile una persona che parla come “l’uomo della strada”, cioè con una forma di eloquio senza orpelli e più diretta che deriva senza filtri dai sentimenti e dalle emozioni profonde. Alcune forze politiche, non solo in Italia, ne hanno capito l’efficacia e utilizzano un linguaggio semplificato, rozzo, da bar, a tratti volgare ma proprio per questo percepito da molti vicino alla verità.

Il turpiloquio può svolgere anche una funzione epifanica, per la sua capacità di svelarci improvvisamente il vero carattere di chi le pronuncia o, addirittura, la cultura da cui   provengono. Capuano cita ad esempio le iscrizioni pompeiane, costituite in gran parte da graffiti osceni, che hanno permesso non solo di ricostruire gli usi e i costumi di una civiltà scomparsa ma anche di apprendere le variazioni espressive del latino.

C’è poi una valenza rivoluzionaria: le parolacce sono vere e proprie armi linguistiche il cui uso creativo permette di attaccare il potere, di smontare in modo sintetico ed efficace modelli e valori imposti dal pensiero corrente, oltre che di rivendicare la libertà sessuale. Non è un caso che alcune parolacce siano entrate a far parte del lessico contestatario mondiale. Anche Trotsky e Stalin hanno studiato il turpiloquio, definendolo differente a seconda delle classi sociali, nella consapevolezza che la lingua e la società sono interrelate. Il turpiloquio delle classi inferiori è strazio, tormento e disperazione; nelle classi superiori è invece sazio, adiposo e compiaciuto: diversi anche nel modo di turpiloquiare.

Infine, le parolacce costituiscono una valvola di sfogo di pulsioni represse, angosce, paure non confessabili, rabbia e frustrazioni: contribuendo così a ridurre le tensioni e a recuperare uno stato di equilibrio mentale. D’altra parte, come sostiene Vito Tartamella (autore di un brillante saggio, oltre che di un seguitissimo blog, sulle parolacce) si tratta forse delle ultime parole magiche dell’umanità. Le parolacce possono esprimere in modo mirabilmente sintetico un’emozione; possono irritare o far ridere; possono ferire un avversario senza infliggergli danni fisici; possono creare un’atmosfera di erotismo, di libertà, di complicità; la stessa frase può essere un insulto mortale, un complimento o addirittura esprimere vicinanza, intimità e affetto a seconda del tono e del contesto con cui viene pronunciata.

L’affermarsi della radio prima e della televisione poi come grandi strumenti di comunicazione di massa ha generato una rinnovata attenzione sul turpiloquio, soprattutto con il solito intento di contenerne la diffusione. Tanto per fare un esempio, all’inizio degli anni ’50 nelle trasmissioni RAI erano interdette parole come, tra le altre, alcova, amplesso, ascella, talamo, verginità, coscia e rinculo (quest’ultimo da sostituire con il meno evocativo “contraccolpo”). Il cinema intanto, minacciato dalla televisione, cercava nuovi spazi iniziando a puntare su sesso, violenza e parolacce.

Oggi la situazione è cambiata, anche a causa della competizione tra diverse reti, per cui le parolacce fino al livello 2 (vedi più avanti) sono patrimonio consolidato del lessico radiotelevisivo quotidiano, arrivando, più raramente, anche a livello 4 in alcuni programmi trash tipo “reality show”. Talvolta il turpiloquio diventa una delle caratteristiche distintive di un programma che può essere per altri versi intelligente, come nel caso de La zanzara, trasmissione di Radio 24 (emittente del serissimo quotidiano Il Sole 24 ore) che affronta argomenti di attualità.

Il successivo diffondersi del web e dei “social” ha comportato un’ulteriore evoluzione del linguaggio: sotto la protezione del relativo anonimato garantito dalla rete l’espressione è diventata più libera ma, nel contempo, si sono  generati episodi di aggressione verbale diretta di volta in volta verso gli immigrati, i personaggi pubblici, gli omosessuali, i musulmani e le donne, raggiungendo spesso il livello 5. Frequenti anche i casi, qualche volta drammatici, di pesanti insulti personali e di cyberbullismo. Ovviamente, ciò ha alimentato la tentazione, più volte espressa da varie parti politiche, di mettere “sotto tutela” la rete, ovvero quello strumento che, tra tanti difetti, ha anche l’incomparabile pregio di garantire a tutti libertà di esprimersi e informarsi senza censura, mentre l’unica risposta ragionevole è nell’educazione: come osserva Tartamella, se ho paura che i miei figli affoghino, non prosciugo il mare, ma gli insegno a nuotare.

Le parolacce nella lingua italiana sono circa 300, senza contare le espressioni composte. Secondo l’analisi di Tartamella queste riguardano:

  • gli aspetti comportamentali (32,5%);
  • l’area sessuale (26,2%);
  • l’area etnico-sociale (18%);
  • l’area scatologica (9,3%);
  • l’area mentale (8%);
  • l’aspetto fisico (4%);
  • l’area religiosa (2%).

Normalmente, quando vogliamo enfatizzare un concetto si usano nomi sacri. Per esprimere rabbia, disgusto, frustrazione o sorpresa si usano a volte termini religiosi, ma più spesso, in Italia e nei Paesi latino-americani si usano termini sessuali, mentre in Francia, Germania e nei Paesi anglosassoni si usano termini dell’area scatologica. Una terminologia scatologica o sessuale si usa, nel nostro Paese, anche per svilire un oggetto o una situazione. Da notare che i termini religiosi sono usati in due modi: le profanità, ovvero l’abuso dei nomi sacri e quindi la trasgressione del secondo comandamento, e la ben più grave bestemmia, attacco volontario alla divinità e ai simboli di una fede. Mentre la profanità si colloca tra il primo e il secondo livello, a seconda del modo con cui viene espressa, la bestemmia ricade nel livello 5, di cui costituisce l’espressione più estrema.

Tra le tante funzioni delle parolacce a noi qui interessano quelle legate ai processi di comunicazione. Un uso appropriato delle parolacce può infatti aumentare la carica emozionale di un discorso. Può segnalare in modo efficace l’esistenza di un “nemico comune”: è questo il caso, ad esempio, del famoso “vaffa” di Grillo nei confronti delle autorità; l’appello emotivo è tanto più efficace quanto più in grado di risuonare nei sentimenti, nelle aspettative, nelle speranze e nelle delusioni del pubblico. Serve anche a marcare l’appartenenza a un gruppo, a dividere “noi” da “loro”, specialmente se si riesce a riprendere, almeno in parte, uno slang che caratterizzi il pubblico di riferimento, come ad esempio alcune espressioni tipiche dei giovani, o frasi idiomatiche derivate da uno specifico dialetto. Può costituire non solo un insulto, ma anche un marchio utilizzato per bollare gli avversari. Le parolacce sono anche uno degli ingredienti essenziali della comicità: se ben usate catturano l’attenzione, possono suscitare ilarità e alleggerire un momento di tensione, possono contribuire a rendere più simpatico l’oratore, oppure possono mettere in ridicolo non solo le idee rivali, ma anche i loro portatori. Infine, come già accennato, possono conferire alla comunicazione un’aura di spontaneità e di sincerità. Nei casi più estremi, possono essere utilizzate per manifestare in modo aperto un atteggiamento trasgressivo e irriverente.

Per comprendere se e come utilizzarle in un processo di comunicazione occorre tenere conto del fatto che le parolacce non sono tutte uguali. È utile classificarle in cinque livelli di trasgressività (ricordate la legge di Miller, ovvero “The magic number seven, plus or minus two”?):

  • il primo livello (debole) riguarda termini che possono essere annoverati tra le parolacce ma sono ormai accettati nel linguaggio comune; si tratta di solito di parole che hanno costituito tabù in passato, e che sono state poi progressivamente  assorbite  nel lessico quotidiano, perdendo così almeno una parte della loro carica trasgressiva, oppure di eufemismi che evocano una parolaccia di livello superiore;
  • abbiamo poi espressioni che potremmo definire “borderline” (secondo livello, vivace), ovvero utilizzate spesso nel linguaggio colloquiale ma non ancora completamente accettate, nel senso che si pone qualche attenzione al loro uso tra persone completamente estranee;
  • il terzo livello (forte) comprende le parolacce che non sono di norma utilizzate nelle conversazioni se non tra persone che hanno una discreta familiarità, oppure a scopo di insulto o di imprecazione generica;
  • il quarto livello (estremo) si riferisce a espressioni estremamente colorite formate di solito da combinazioni di parolacce, utilizzate solo quando la conversazione e gli animi si surriscaldano;
  • infine, il quinto livello (tabù) riguarda termini ed espressioni considerate molto riprovevoli, volgari e sgradevoli dalla stragrande maggioranza delle persone (esempio estremo è la bestemmia).

Anche nel caso delle parolacce vale una delle regole fondamentali della comunicazione efficace: proporsi in modo leggermente più estremo del proprio pubblico. Da questo punto di vista, quindi, deve essere completamente esente da parolacce solo la comunicazione istituzionale. I termini di livello 1 possono essere utilizzati in qualunque altro processo di comunicazione, senza esagerare, per ravvivare l’attenzione e per trasmettere una sensazione di spontaneità e freschezza: vanno bene quindi anche in una conferenza, in una lezione accademica, nella presentazione di un prodotto. I termini di livello 2 possono essere utilizzati, senza abusarne, quando siamo sicuri di essere entrati in sintonia con il pubblico, o quando il pubblico stesso ci è familiare e/o ci segue da tempo. Sconsigliabile il ricorso alle espressioni del terzo livello, a meno che non si stia arringando una folla di seguaci con un discorso da tribuno della plebe, oppure quando del turpiloquio vogliamo fare una cifra distintiva (come ad esempio in alcuni lavori cinematografici o teatrali, o alcune trasmissioni radiotelevisive): da evitare quindi in ambito accademico, tra persone di cultura e in generale quando vogliamo trasmettere l’immagine di persona pacata e serena (ci sono altri modi per vivacizzare un discorso e suscitare emozioni). Il quarto livello è da imprecazione, o da insulto, o da risposta a un insulto; assolutamente controproducente nella comunicazione volta a conseguire obiettivi persuasivi: può darsi che qualcuno venga catturato, ma perderemmo la maggior parte degli interlocutori. Inutile dire che il quinto livello non deve mai essere raggiunto; vero è che ne troviamo esempi in letteratura, ma nei processi di comunicazione che qui interessano, ovvero quelli con obiettivi cognitivi e/o persuasivi, squalificano il comunicatore, il brand, il prodotto che si vuole promuovere e sono quindi assolutamente fuori luogo.

La raccomandazione più importante è quella di non esagerare, perché anche nella comunicazione più trasgressiva le parolacce finiscono con l’essere stucchevoli e di maniera, e quindi annoiano invece di sorprendere e stimolare. E anche perché con l’uso eccessivo le parolacce si depotenziano. Il fatto che siano più tollerate di una volta deriva certo dall’evolversi dei costumi, ma anche, in parte, dal fatto che la maggior parte delle parolacce di oggi erano già in uso nel medioevo e hanno progressivamente perso la loro carica trasgressiva. Noi ci sentiamo di raccogliere il suggerimento di Umberto Eco, il quale si è chiesto cosa potrebbe fare un ragazzo per sentirsi verbalmente trasgressivo, quando i suoi genitori e i suoi nonni, con le loro imprecazioni, non gli lasciano più spazio per una inventiva scurrilità. Ha così provocatoriamente proposto ai giovani l’esercizio di una memoria dotta che permetta di riscoprire insulti ormai desueti ma lessicalmente saporosi e, ormai, inediti, come ad esempio (ne abbiamo scelti alcuni): pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, pivellone, ciulandario, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, vaterclòs, caprone, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, baluba, pappone, pizipinturro, polentone, bonga, quaquaraquà, e molti altri ancora.

Per concludere citiamo ancora una volta Gregory Bateson, secondo cui «esiste sempre un valore ottimale oltre il quale ogni cosa diviene tossica: l’ossigeno, il sonno, la psicoterapia e la filosofia. Qualsiasi variabile biologica ha bisogno di equilibrio». Le parolacce fanno parte della nostra storia e del nostro linguaggio: inseriamo quindi nelle nostre comunicazioni qualche elemento, dosato con cura, insolito, trasgressivo, sorprendente, che ci avvicini al pubblico catturandone l’attenzione e bilanciando un pizzico di “volgarità” con il sorriso e l’ironia.

Agostino La Bella e Silvana Ferrante

Riferimenti:

R. G. Capuano (2010) Elogio del turpiloquio. Letteratura, politica e parolacce. Stampa alternativa nuovi equilibri.

V. Tartamella (2016) Parolacce. Perché le diciamo. Cosa significano. Quali effetti hanno. Amazon Media EU.

D. Fo (A cura di F. Rame, 2010) L’osceno è sacro. Guanda.

U. Eco (2015) Tu, Lei, la memoria e l’insulto. Lectio magistralis.

M. Mohr (2013) Holy sh*t. A brief history of swearing. Oxford University Press.

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