L’arte del riciclo con gli pneumatici

di | Pubblicato il 18 dicembre 2017

Lo studio della Fondazione Ellen MacArthur, presentato in occasione dell’apertura del Forum Economico Mondiale di Davos, in Svizzera, tenutosi a gennaio 2017, ha stimato come nel 2050 gli oceani potrebbero contenere più bottiglie di plastica che pesci, in termini di peso. È inquietante pensare che oggi nei mari finiscano circa otto milioni di tonnellate di plastica ogni anno, ovvero un camion carico di spazzatura al minuto. Un consumismo poco lungimirante sta dando origine a cumuli enormi di spazzatura che stanno invadendo anche i paesi in cui il consumismo è ancora sconosciuto.

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Molto famosa è l’isola di rifiuti galleggiante (Great Pacific Garbage Patch) conosciuta semplicemente come “l’isola di plastica”, un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135° e il 155° meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord (nella zona compresa tra il sud ovest del Giappone e il nord ovest delle Hawaii – Figg. 1-3). La sua estensione è difficile da calcolare: le stime vanno da 700.000 km² (un’area più grande della Penisola Iberica) fino a più di 10 milioni di km² (un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell’Oceano Pacifico. L’ammontare complessivo della sola plastica dell’area è stimata intorno ai 3 milioni di tonnellate, ma dato che non se ne conoscono con precisione l’estensione e la profondità, potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti. L’accumulo ha iniziato a formarsi a partire dagli anni ‘80, provocato dall’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario il cui centro è una regione relativamente stazionaria dell’Oceano Pacifico (noto come “Horse Latitude” – Latitudine dei Cavalli – luogo leggendario per la sua mancanza di vento e l’estrema calma del mare che obbligava talvolta gli antichi galeoni spagnoli diretti nelle Americhe ad alleggerire il proprio carico, gettando in mare persino i cavalli) che quindi permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro formando una enorme “nube” di spazzatura presente nei primi strati della superficie oceanica.

I rifiuti quindi rappresentano una sfida per i prossimi anni. In questo numero de Il Punto ci occuperemo in particolare degli pneumatici, del loro smaltimento e possibile riciclo.

Lo pneumatico, generalmente detto copertone o gomma, è stato inventato da Robert William Thomson nel 1845 e perfezionato da John Boyd Dunlop nel 1888 (entrambi inventori scozzesi), equipaggia oggi la maggior parte dei mezzi di trasporto su strada ed è prodotto in molteplici tipi e misure adatte dalla bicicletta all’autovettura, dall’autocarro al trattore agricolo e, in campo aeronautico, per i carrelli d’atterraggio.

Ogni anno nell’Unione Europea la sostituzione degli pneumatici di autoveicoli genera circa 225 milioni di gomme da smaltire, cui se ne aggiungono altri derivanti da veicoli a fine vita. I volumi sono inoltre in continua crescita poiché aumenta il numero di veicoli in circolazione. Il problema del loro impatto sull’ambiente è molto serio dato che si stima occorrano 100 anni perché uno pneumatico si deteriori completamente una volta immesso nell’ambiente.

Ci sono due possibilità per ovviare a questa piaga ecologica: la prima, riguarda la ricostruzione di pneumatici nuovi utilizzando quelli di  scarto e la seconda, il loro riutilizzo in modo  creativo per creare opere d’arte o elementi d’arredo.

Ormai da molti anni esiste un processo produttivo che consiste nella ricostruzione degli pneumatici, che permette di riciclarli e riutilizzarli per reimmetterli su strada. Con la ricostruzione si può ridurre considerevolmente il numero di pneumatici non più utilizzati e rallentare in modo significativo il flusso di smaltimento degli stessi. Ogni anno, grazie alla ricostruzione, è possibile evitare l’immissione nell’ecosistema di circa 40.000 tonnellate di pneumatici. È quindi molto importante promuovere un’efficiente, sostenibile e responsabile politica volta alla gestione del prodotto a fine vita. La ricostruzione consente di riutilizzare l’80% dello pneumatico usato, ricostruendone solo il 20%. Altrettanto importante è il minor impatto ambientale del processo di ricostruzione: il procedimento per fabbricare e distribuire uno pneumatico ricostruito infatti produce molte meno emissioni di carbonio rispetto a quello per realizzarne uno nuovo.

È necessario avere una buona sensibilità ambientale e contrastare e correggere la politica dei consumi segnata dalla filosofia dell’usa e getta, dato che lo pneumatico è un prodotto che si consuma velocemente, è difficile da smaltire, ma di contro, se lavorato nel modo giusto, può avere ancora diverse potenzialità da sfruttare.

L’uso di pneumatici rinnovati ha tre vantaggi notevoli: in primis dal punto di vista ecologico in quanto il riuso ne limita lo smaltimento; in secondo luogo dal punto di vista del risparmio energetico poiché per realizzare uno pneumatico rinnovato si usa meno energia in termini di petrolio (ci vogliono circa 26 litri di petrolio   per produrre abbastanza gomma sintetica da costruire uno pneumatico), rispetto a uno nuovo; per ultimo, ma non meno importante, dal punto di vista del risparmio economico, infatti il costo di uno pneumatico rinnovato, a parità di qualità, è inferiore a quello di uno pneumatico nuovo e, inoltre, la tassa smaltimento dovuta per pneumatici nuovi non si paga per quelli rinnovati.

Per riuscire a immaginare le enormi montagne di pneumatici che riempiono le discariche di tutto il mondo ci affidiamo agli scatti del fotografo canadese Edward Burtynsky. L’artista ha immortalato enormi discariche di pneumatici usati negli Stati Uniti presentandole con il nome evocativo di “miniere urbane” (Figg. 4-6).

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Dalle miniere, in genere, si ricavano beni utili e quindi cerchiamo di capire come artisti da tutte le parti del mondo abbiano creato la loro arte proprio partendo dagli pneumatici in disuso.

Spesso il loro lavoro viene interpretato come stimolo alla riflessione sul tema dei rifiuti e degli effetti catastrofici che questi hanno sull’ambiente. Anche se non tutti hanno iniziato con questo scopo, si dichiarano comunque entusiasti che il loro lavoro abbia assunto questa valenza e che possa contribuire in qualche modo al delicato tema del riciclo, sensibilizzando l’opinione pubblica.

L’artista californiano Blake McFarland, prima pittore paesaggistico con gli acrilici, nel 2013, ispirato dalle tematiche di eco-sostenibilità, ha trovato il suo nuovo orientamento artistico nelle sculture realizzate con pneumatici. Ci vuole più di un mese per creare una scultura del genere a causa della quantità di dettagli che si devono realizzare attraverso l’intreccio di pezzi. I suoi soggetti sono principalmente animali, ma anche corpi umani e oggetti di varia natura.

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Nelle figure 7-12 se ne possono osservare alcuni dei più famosi che sono stati anche esposti   in diversi musei americani.

Anche l’artista coreano Yong Ho Ji realizza sculture incredibili utilizzando copertoni in disuso e le sue opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo (Figg. 13-18).

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Famoso è anche l’artista belga Serge Van de Put che attualmente vive in Liguria e, dopo  aver esposto l’enorme elefante Dumbo alla  Biennale di Venezia nel 2009, ha realizzato un’opera per Genova, una grande scultura alta 4 metri e lunga 8, visibile all’ingresso del Porto Antico in Piazza Cavour, Rumentosauro Hugo. L’opera ha una struttura in metallo ricoperta con la gomma di vecchi pneumatici dismessi e dalla sua pancia esce un cumulo di metalli accartocciati: il loro peso corrisponde al peso dei rifiuti che ogni persona produce in media in un anno (Figg. 19-21).

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L’artista tedesco Mirko Siakkou-Flodin invece si distingue dagli altri per le sue   rappresentazioni di figure oniriche e mitologiche (Figg. 22-26).   

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La scultrice statunitense Chakaia Booker fonde i temi ecologici con quelli riguardanti le differenze razziali, economiche e di genere, riciclando pneumatici in disuso e assemblandoli in strutture complesse e articolate (Figg. 27-31). 

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L’artista inglese Ann Carrington ha creato dei Ficus utilizzando vecchi pneumatici e tanta originalità, dato che è una delle poche a rappresentare piante (Figg. 32 e 33).

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Paolo Canevari è un artista italiano di arte contemporanea che vive e lavora a New York ed è famoso per l’utilizzo di pneumatici per costruire sculture, installazioni e video. Nelle sue opere lo pneumatico è grande protagonista, emblema di un prodotto partorito dall’era industriale e da una società consumistica, ma anche oggetto “sacro” per l’artista che lo raccoglie e utilizza per un’operazione di riciclaggio d’autore (Figg. 34-36).

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Nel prossimo numero continueremo questo  viaggio nel riuso degli pneumatici, soprattutto per la creazione di arredi e complementi per la casa, ma per finire, la soluzione a un dubbio che ognuno di noi ha avuto almeno una volta nella vita: si dice “gli pneumatici” o “i pneumatici”?

Già, perché nessuna delle due forme suona benissimo all’orecchio, vero? Da una parte abbiamo lo pneumatico, gli pneumatici e uno pneumatico; dall’altra il pneumatico, i pneumatici e un pneumatico: queste le due possibili scelte a disposizione in fatto di articolo.

Schermata 2018-01-13 alle 12.47.49Se ci volessimo attenere strettamente alle regole della lingua italiana dovremmo dire lo pneumatico/gli pneumatici. Ecco, nel dettaglio, la regola riportata da Treccani: “davanti ai nessi  consonantici complessi  (dal diffusissimo st- di stato al rarissimo ft- di ftalato, passando attraverso gli iniziali z, s palatale [sci- e sc(e)], n palatale [gn-], x-, pn-, ps-, pt-, ct-, mn-), la norma prescrive l’uso di lo/gli e di uno/degli”.

Eppure le forme il pneumatico/i pneumatici sono comunemente impiegate anche da giornali, tv o siti che vendono pneumatici.

Quindi?

Si può dire in entrambi i modi. Dipende un po’ dal contesto, a seconda che sia più o meno formale, ma nessuno dovrebbe scandalizzarsi se viene usata una forma o l’altra. In effetti l’Accademia della Crusca ha enunciato: “[…] Niente quindi vieta di usare gli uni o gli altri anche se, nello scritto e negli usi più formali, si ritiene che siano più indicate le forme lo pneumatico, uno pneumatico, gli pneumatici, degli pneumatici”.

Ma possiamo sempre optare per chiamarle semplicemente “gomme”! 

E dato l’avvicinarsi del Natale non mi resta che augurarvi… 

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