Uomini e donne, istruzioni per l’uso

In questo numero vorrei concludere il mio percorso di analisi, iniziato ormai due numeri fa, sulle principali metafore dell’organizzazione, esaminando, sempre attraverso l’ausilio di esempi tratti da film celebri, una delle immagini più importanti tra quelle messe in luce dalla letteratura manageriale: la metafora dell’organismo vivente.

Essa si distingue dalle metafore precedentemente analizzate, l’imbarcazione e la macchina, perché riconosce anzitutto un ruolo centrale ai soggetti che interagiscono con l’organizzazione, pur facendo parte dell’ambiente esterno. Attraverso di essa, infatti, l’organizzazione viene vista come un sistema aperto che non può essere completamente autosufficiente, ma che è costretto ad adattarsi alle condizioni ambientali, così come avviene agli organismi viventi. Questi ultimi devono modificare i loro comportamenti, e talvolta le loro stesse funzioni vitali, a causa dei bisogni specifici che vengono indotti in maniera contingente dall’ambiente; allo stesso modo, le organizzazioni devono essere in grado di attuare un adattamento efficace rispetto alle condizioni dell’ambiente esterno. Ciò non significa che esse devono rinunciare alla loro identità, come invece fa Leonard Zelig, in “Zelig” di Woody Allen, il quale, poiché teme di essere considerato un “diverso” all’interno della società, cambia continuamente personalità, idee, lingua, persino connotati adeguandoli a quelli delle persone con cui si trova in contatto. Piuttosto le organizzazioni devono essere in grado di identificare alcuni stati di inerzia che possono rivelarsi critici e che necessitano di cambiamenti strutturali; ciò può essere possibile solo interrogandosi sulla propria condizione e sulla capacità di comprendere e anticipare la natura delle relazioni che si intraprendono con i soggetti esterni, specie quelli più vicini e importanti. Un per- corso non molto diverso da quello compiuto dalla professoressa Marion Post (Gena Rowlands) in “Un’altra donna”, uno dei film più intensi dello stesso Woody Allen. Marion, dopo aver casualmente ascoltato le confessioni di una giovane donna ad uno psicanalista, comincia ad interrogarsi su sé stessa e sui suoi rapporti con le persone apparentemente più vicine, il marito, i familiari, gli amori passati; solo attraverso un profondo e penoso esame della sua vita ella sarà in grado di ri- conoscere le ragioni della sua inquietudine e di operare i cambiamenti necessari a raggiungere finalmente uno stato di serenità con sé stessa e con il suo ambiente. Il percorso di adattamento ad un ambiente, caratterizzato per di più da un’elevata complessità e dinamismo, non può non dipendere dalle caratteristiche personali e contingenti del singolo soggetto e ciò fa sì che non esista un’unica soluzione ottima, quanto piuttosto una varietà di potenziali configurazioni diverse che possono coesistere, così come esiste un’immensa varietà di organismi viventi. L’evoluzione di una data specie è regolata dalle leggi della selezione naturale, che fanno sì che l’azione dell’ambiente porti all’eliminazione di tutti gli organismi che si rivelano perdenti. Allo stesso modo, le singole organizzazioni riescono a sopravvivere fin quando la loro configurazione si rivela adeguata alle regole imposte dall’ambiente o finché sono in grado di mutare in maniera sufficientemente veloce. Talvolta la selezione non è il risultato dell’opera, lenta e impersonale, dell’ambiente, ma avviene attraverso l’azione di un soggetto esterno, che contende all’organizzazione le risorse necessarie per sopravvivere. In tal caso si svilupperà una contesa per il presidio del mercato che spesso porta all’eliminazione del soggetto più debole, un po’ come avviene in “Gangs of New York” di Martin Scorsese, dove la lotta per il controllo del crocevia di Five Points tra i “nativi”, guidati da Bifi il Macellaio (Daniel Day Lewis), e i “conigli morti”, guidati da Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio) si conclude in un massacro nel quale solo i soggetti più forti, o forse più fortunati, riusciranno a sopravvivere. Il ruolo dell’ambiente esterno, e la necessità di adattamento dell’organizzazione, non è tuttavia l’unico elemento che caratterizza la metafora dell’organismo vivente. Un altro aspetto importante che viene sottolineato da questa immagine è il fatto che l’organizzazione, così come gli esseri viventi, è composta da diversi organi, che necessitano di una forte integrazione e il cui stato influenza la salute dell’organismo nel suo complesso. Occorre perciò che l’organizzazione monitori e favorisca la salute di tutte le sue componenti, poiché è sufficiente che un solo elemento sia insoddisfatto perché si producano effetti devastanti, come l’ecatombe nucleare causata dalla folle e solitaria azione del generale Jack D. Ripper (Sterling Hayden) ne “Il Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba” di Stanley Kubrick. In questo senso, poiché la componente principale delle organizzazioni attuali è data dalle risorse umane, è bene che si faccia leva sui fattori che possono influenzare la loro motivazione, tenendo conto che non tutti hanno però la stessa efficacia. E’ possibile ordinare i fattori motivazionali in diversi modi, anche se la classificazione più famosa in letteratura è senza dubbio la scala dei bisogni di Maslow (1964), che individua cinque tipi di bisogni cui sono connessi alcuni specifici fattori che possono concorrere a soddisfarli. Alla base della scala di Maslow vi sono i bisogni fisiologici, ossia i bisogni necessari alla stessa sopravvivenza delle persone e che ogni organizzazione dovrebbe garantire ai propri dipendenti, come la salute, il sonno, la sete e la fame; quando le persone non sono in grado di soddisfare tali bisogni, saran- no indotte ad assumere anche comportamenti animaleschi, come quelli tenuti dai personaggi de “Il minestrone” di Sergio Citti, che vagano per l’Italia affetti da una fame cronica alla ricerca di un pasto che possa soddisfarli. Tuttavia la soddisfazione dei bisogni fisiologici non è sufficiente a garantire la soddisfazione di una persona; emergono infatti altri bisogni, come quelli di sicurezza, legati al senso di protezione da minacce e privazioni. La forza di questa leva motivazionale è ben espressa ne “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck, nel quale l’attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), nonostante il legame che la lega a suo marito, arriva a denunciarlo perché terrorizzata dalla possibilità di perdere la propria carriera e il proprio pubblico. Successivamente nella scala di Maslow è indicato il bisogno di appartenenza, ossia la necessità delle persone di sentirsi accettate e amate all’interno del proprio ambiente. Un esempio paradigmatico in tal senso è fornito dal protagonista di “Rushmore” di Wes Anderson, il giovane studente Max Fisher (Jason Schwartzman) il quale sente un così forte bisogno di sentirsi accettato nel suo ambiente, la sua scuola, da farsi promotore delle più varie iniziative, dal giornale scolastico, al club di francese, a quello filatelico, a quello schermistico, fino a quello di calligrafia e di apicoltura. Il penultimo gradino della scala di Maslow è occupato dal bisogno di stima, sia in senso di autostima sia di eterostima; anche questo bisogno può essere ben analizzato a partire da un personaggio di “Rushmore”, l’industriale Herman Blume (Bill Murray), il quale mette in gioco il suo patrimonio per guadagnare la stima, e l’amore, di una professoressa e, soprattutto, per recuperare un po’ di fiducia in sé stesso. L’ultimo gradino della scala di Maslow è dato dal bisogno di autorealizzazione e probabilmente uno dei perso- naggi che meglio esemplifica l’ansia data da tale bisogno è Charles F. Kane (Orson Welles), il protagonista di “Quarto potere”; egli, nono- stante una carriera che gli ha permesso di realizzare buona parte delle proprie ambizioni, si renderà conto solo in punto di morte della vacuità della propria vita. Probabilmente, come d’altro canto dimostrano anche gli esperimenti di Hawthorne, per raggiungere la propria soddisfazione non è sufficiente appagare i propri desideri personali, ma è necessario sentirsi parte di una comunità solidale, come quella, tutta femminile, che aiuta Raimunda (Penelope Cruz) a ricostruirsi una vita, dopo alcune esperienze traumatiche, in “Volver” di Pedro Almodovar.