Bias semplificanti e risparmio cognitivo

ovvero le scorciatoie possono uccidere

Alle 9:20 del 22 luglio 2005 un giovane elettricista brasiliano di ventisette anni, Jean Charles de Menezes, lasciò il suo appartamento per recarsi al lavoro. L’appartamento di Jean Charles si trovava in un edificio di tre piani a Scotia Road, nel quartiere londinese di Tulse Hill. In un appartamento dello stesso edificio, secondo Scotland Yard, si nascondevano tre individui di apparente origine araba sospettati di essere gli aspiranti terroristi suicidi che avevano preso parte ai quattro attentati, nella metropolitana e a una fermata di autobus, fortunatamente falliti il giorno prima. Agenti in borghese sorvegliavano perciò le entrate del palazzo. Uno degli agenti avvisò la centrale che Jean Charles poteva essere uno dei sospettati (“aveva gli occhi di taglio orientale”, dirà poi l’agente in questione) e ricevette l’ordine di pedinarlo. Jean Charles prese un autobus fino a Brixton, ove scese con l’intenzione di salire su un treno della Victoria line; si avvicinò quindi alla stazione della metropolitana, salvo accorgersi che la stazione stessa era una di quelle rimaste chiuse a causa degli attentati del giorno prima. Fece una telefonata per avvertire che avrebbe tardato al lavoro, quindi tornò sui suoi passi e prese un altro autobus in direzione di Stockwell, ove avrebbe potuto utilizzare in alternativa la Northern line. Questo comportamento insospettì i poliziotti che lo pedinavano, i quali non erano informati né si erano accorti della chiusura della stazione e dedussero che si trattava di un tentativo di far perdere le tracce. La centrale prontamente informata inviò rinforzi e agenti speciali. A Stockwell il giovane entrò nella stazione, prese una copia di un giornale a distribuzione gratuita e usò la sua carta elettronica di abbonamento per passare i tornelli. A quel puntò senti il rumore di un treno in avvicinamento e iniziò a correre per evitare di perderlo: inutile dire che gli agenti si erano ormai convinti di essere all’inseguimento di uno dei colpevoli che stava cercando di recuperare il “fiasco” del giorno prima. Jean Charles salì in una carrozza mentre le porte cominciavano a chiudersi, seguito da tre agenti affannati e sicuri di essere di fronte ad un attentatore suicida. Uno degli agenti bloccò le porte per evitare la partenza del treno, gli altri due afferrarono il giovane, lo trascinarono sulla piattaforma e lo uccisero con sette colpi di pistola alla testa “prima che si facesse saltare in aria con il treno e mezza stazione”. La polizia rilasciò immediatamente alla stampa dichiarazioni “off the records” sull’uccisione, appena in tempo per evitare un nuovo attentato, di uno dei terroristi ricercati.

La tendenza al “risparmio cognitivo” che ci spinge, specialmente in particolari condizioni emotive o di stress, a prendere decisioni d’impulso senza acquisire il giusto livello di informazione e senza seguire procedure sistematiche di valutazione è conosciuta come shooting from the hips. Denominazione purtroppo appropriata al drammatico caso che abbiamo descritto. In generale, i bias semplificanti sono scorciatoie che permettono di interpretare velocemente fatti, raggiungere conclusioni e prendere decisioni in tempi brevi. Tali scorciatoie, che si sono formate nei nostri processi cognitivi attraverso millenni di evoluzione, o con decenni di esperienze quotidiane o, qualche volta, semplicemente per pigrizia mentale determinano scostamenti rispetto all’assunzione di razionalità degli agenti implicita nella teoria economica. Vediamo i più comuni.

L’effetto àncora si verifica quando si fa affidamento prevalentemente solo su una parte dell’informazione disponibile, quella che per qualche ragione ci ha più colpito o quella che ci è stata presentata per prima (la “prima impressione”), e su questa base si sviluppano in modo incrementale giudizi, valutazioni e decisioni che ne risultano quindi fortemente condizionate. L’effetto àncora è subdolo (del resto come tutti gli altri bias): informazioni assolutamente irrilevanti da qualunque punto di vista contaminano le percezioni e le stime. Supponiamo di fare la spesa in un supermercato e di incontrare una pila di scatole di tonno, con accanto un cartello che recita “al massimo 4 per cliente”. Ciò comporta che i clienti acquistino più tonno di quello che farebbero altrimenti? Ebbene, secondo numerosi esperimenti empirici, effettivamente sì. Questo è anche il motivo per cui siamo così facilmente influenzabili attraverso le visualizzazioni prodotte dai media. Per gran parte dell’evoluzione, tutto ciò che “si vedeva con gli occhi” era vero. Oggi sappiamo benissimo distinguere la fiction dalla realtà,  e pur tuttavia rimaniamo inconsciamente ancorati soprattutto a ciò che ci viene proposto con le immagini. Staccarci da queste àncore è una fatica cognitiva.

L’effetto di conferma consiste nella ricerca di fatti o nell’interpretazione di informazioni in modo da confermare le proprie teorie o i preconcetti iniziali, evitando o sottovalutando al contempo gli elementi che possano metterli in dubbio. Numerosi studi empirici confermano questa tendenza, purtroppo anche nel caso delle investigazioni criminali, in cui una volta raggiunta una conclusione di colpevolezza relativamente ad un individuo, si sviluppa una propensione a ricercare preferenzialmente informazioni addizionali in grado di rafforzarne la certezza con il rischio di ignorare o sottovalutare le eventuali prove di innocenza.

L’effetto bandwagon è la tendenza a fare o credere ciò che molte altre persone fanno o credono; si basa su esperienze che confermano come le cose migliori siano di solito quelle che tutti desiderano: è quindi più semplice ed economico (sul piano cognitivo) conformarsi al comportamento degli altri piuttosto che fare un autonomo sforzo di valutazione.

La percezione selettiva consiste nell’osservare e percepire in modo privilegiato soprattutto ciò che è conforme con le nostre aspettative. E’ abbastanza simile all’effetto alone, il quale comporta che un singolo tratto personale, positivo o negativo, finisce con l’influenzare la valutazione complessiva della personalità di un individuo (“… sorride, quindi è un amico”).

Il bias di ricerca locale si verifica quando le decisioni sono prese sulla base delle informazioni disponibili anche quando queste non sono completamente            soddisfacenti e potrebbero essere migliorate con una adeguata ricerca. Questo bias porta ad atteggiamenti conservativi sulle soluzioni e riduce la creatività nelle ricerca di nuove opzioni.

Il senno di poi riguarda la nostra abilità nello spiegare fatti che sono già successi; per essere più precisi questo bias è in azione quando, dopo aver appreso un eventuale risultato, gli attribuiamo una probabilità molto più elevata di quella che un osservatore imparziale, cioè ex-ante o senza la conoscenza dell’accaduto, avrebbe potuto stimare sulla base delle informazioni disponibili. Guardando la storia attraverso le lenti del senno di poi, ad esempio, tendiamo a sottostimare enormemente il costo di prevenzione delle catastrofi.  Un esempio famoso è quello dello shuttle Challenger, la cui esplosione fu attribuita alla perdita di flessibilità, dovuta alla bassa temperatura, di un O-ring. In effetti c’erano stati alcuni segnali che indicavano una minima probabilità, giudicata trascurabile ex-ante, di un problema con gli O-ring, ma prevenire il disastro senza il senno di poi avrebbe comportato non solo fare attenzione al problema delle guarnizioni ma anche a qualunque altra altrettanto trascurabile probabilità di malfunzionamento. La prevenzione sarebbe stata costosissima; inoltre, poiché ovviamente tutto avrebbe funzionato alla perfezione, nessuno ne avrebbe riconosciuto i meriti, mentre ne sarebbero stati criticati i costi: purtroppo i libri di storia non riportano i casi di “eroiche misure preventive”.

Concludiamo con il frequentissimo errore di congiunzione, ovvero la tendenza a sovrastimare le probabilità congiunte e a sottostimare le probabilità disgiunte. In termini pratici tale effetto si manifesta, ad esempio, quando per rendere una storia più plausibile ne arricchiamo i dettagli, dimenticando che aggiungere particolari ad un evento ne riduce la probabilità di verificarsi. 125 studenti dell’Università di Stanford hanno partecipato al gioco seguente. Un dado con quattro facce verdi e due rosse viene lanciato venti volte di seguito, registrando le sequenze di colori che ne risultano. Il gioco consiste nello scommettere su una di tre sequenze predefinite:

  1. RVRR
  2. VRVRRR
  3. VRRRRR

Il 65% degli studenti ha scelto la sequenza (2). Questa è effettivamente quella più “rappresentativa” del dado, visto che la maggior parte delle facce sono verdi e la sequenza (2) è quella delle tre proposte che contiene la maggior proporzione di risultati verdi. Le relative probabilità possono essere calcolate con precisione, tuttavia è intuitivo che la sequenza (1) domina la (2), in quanto in essa strettamente contenuta: in altri termini per ottenere la sequenza (2) deve uscire la (1) preceduta da una faccia verde.

La consapevolezza delle distorsioni cognitive che possono influenzarci  aiuta ad assumere il pieno controllo delle nostre scelte e riduce la possibilità di essere sottilmente manipolati. Impariamo quindi a reagire alla naturale tendenza alle scorciatoie mentali.