Bias motivazionali

ovvero perché amiamo l’astrologia e siamo miti, ma sappiamo farci valere.

Ormai vi conosco, caro lettore e cara lettrice. Vi ho guardato mentre leggevate “Il Punto”, ho percepito i vostri pensieri, studiato i vostri comportamenti. Osservandovi mi sono convinto che il pubblico di questa rivista si sia auto selezionato secondo criteri che rispondono ad un profilo che credo di aver individuato in  modo preciso. Vediamo se ho ragione. Secondo me, siete più o meno così:

Avete un forte desiderio di piacere agli altri e di essere ammirati, e nello stesso tempo tendete ad essere critici verso voi stessi. Siete consapevoli di alcune carenze caratteriali, ma riuscite molto bene a compensarle facendo leva sui vostri punti di forza. Tuttavia, almeno finora, sono molte le capacità non ancora completamente sfruttate a vostro vantaggio. Nonostante dall’esterno possiate apparire come persone calme e sicure, molto disciplinate e dotate di un notevole autocontrollo, internamente tendete a manifestare qualche insicurezza e preoccupazione. A volte dubitate delle vostre decisioni, e pensate che avreste potuto scegliere o decidere meglio. Apprezzate la varietà ed i cambiamenti e vi sentite insoddisfatti se troppo costretti in vincoli e limitazioni. Siete orgogliosi della vostra indipendenza di giudizio e non accettate mai supinamente le opinioni altrui se non le ritenete fondate. Nello stesso tempo, l’esperienza vi ha insegnato a non rivelarvi eccessivamente agli altri. A volte vi comportate in modo estroverso, affabile e socievole, mentre in altre circostanze potete apparire introversi, cauti e riservati. Avete molte aspirazioni, alcune delle quali tendono ad essere poco realistiche.

Se ci sono andato abbastanza vicino, ciò si deve all’effetto Forer, un bias cognitivo che prende il nome dello psicologo americano Bertram R. Forer. Esso riguarda il fatto che gli individui tendono a ritenere molto accurate descrizioni della loro personalità apparentemente molto precise ma in realtà vaghe e abbastanza generali da essere applicabili praticamente alla totalità delle persone. Questo effetto spiega, almeno parzialmente, la vasta accettazione di una pseudo scienza come l’astrologia ed è una manifestazione di un fenomeno più generale per cui le persone sono portate a vedere collegamenti anche in eventi casuali assolutamente non correlati quando è in gioco la conferma di una credenza, una aspettativa o anche, più semplicemente, di una ipotesi cui tengono. Esattamente come viene ricostruita la corrispondenza tra la percezione individuale della propria personalità ed i contenuti dell’oroscopo. Nel 1948 Forer sottopose i suoi studenti ad un finto test della personalità; fornì poi a ciascuno un’analisi individuale fingendo che fosse basata sui risultati del test stesso e invitò ciascuno a valutarne la precisione su una scala da 0 (molto scarsa) a 5 (eccellente). La media delle valutazioni fu di 4,26. Forer rivelò poi che a tutti gli studenti era stata fornita la stessa descrizione: quella che vi ho appena proposto. Il testo può sembrare una lusinghiera descrizione della personalità, ma si può notare come ogni affermazione sia contraddetta, o comunque compensata, da quella successiva: contiene cioè tutto e il contrario di tutto. In diverse conferenze e seminari ho avuto occasione di riprodurre l’esperimento di Forer, ottenendo analoghi risultati.

I bias cognitivi che, come l’effetto Forer, riguardano il sistema relazionale vengono anche definiti bias motivazionali perché si riferiscono sia al modo con cui le persone desiderano essere considerate e valutate dagli altri, sia alle convinzioni che ci facciamo a questo proposito, sia infine ai riflessi di tali convinzioni sul comportamento. Uno dei più frequenti riguarda la percezione di minacce alla propria sicurezza anche quando in realtà non esistano reali motivi di preoccupazione; ciò comporta in risposta un atteggiamento di chiusura o, peggio, di esplicita ostilità nei confronti della controparte ritenuta responsabile che non giova certo al mantenimento di buone relazioni e alla creazione di un clima disteso. Inoltre siamo tutti molto sensibili al modo con cui gli altri percepiscono il nostro status: questo bias ci rende vulnerabili, per esempio all’adulazione, e può persino portarci a comportamenti ridicoli nel tentativo di “impressionare”. Il timore di perdere la faccia, poi, può condizionare le decisioni, per cui preferiamo a volte scegliere, invece dell’opzione più efficiente, quella più compatibile con il nostro ego e la nostra visibilità. A volte nelle relazioni sociali, nelle transazioni, nelle negoziazioni questi tre bias si combinano facendone insorgere un altro, basato sul desiderio di imporsi sugli altri; anche in questo caso il problema diventa allora non tanto quello di ottenere buoni risultati, concludere un buon affare, compiere scelte ottimali quanto quello di “vincere” a tutti i costi: si determina così un generale peggioramento della qualità del sistema relazionale oltre che un inutile dispendio di risorse.

Il falso consenso consiste nel ritenere che le proprie idee, i propri atteggiamenti, le proprie scelte siano relativamente più diffuse e comuni di idee, atteggiamenti e  scelte diverse. In un noto esperimento venne chiesto ad alcuni studenti dell’Università di Stanford di partecipare ad una ricerca che comportava alcuni compiti imbarazzanti. Accettarono realmente circa il 50% degli interpllati. Agli studenti venne poi chiesto di esprimersi su quella che secondo loro poteva essere stata la percentuale di adesione: coloro che avevano accettato stimarono una media del 63%; coloro che non avevano accettato stimarono mediamente il 23% .

L’effetto Lake Wobegon prende il nome da una località inesistente dello stato del Minnesota, che un presentatore americano ha fatto diventare protagonista del suo show radiofonico. Il nome Wobegon in inglese si presta a vari giochi di parole, per l’assonanza con “woe”, “be” e “gone”; comunque la caratterizzazione di questa località di fantasia come del posto in cui “tutte le donne sono belle, tutti gli uomini sono forti e tutti i bambini sono più alti della media” è stata utilizzata per descrivere la pervasiva tendenza a sovrastimare le proprie capacità ed i propri risultati in relazione a quelli degli altri. L’effetto Lake Wobegon, per il quale un individuo o un gruppo si sente e si proclama superiore alla media, è stato osservato tra amministratori delegati, tassisti, studenti, professori, genitori e, naturalmente, politici. Questo bias, conosciuto anche come illusione di superiorità, funziona anche al contrario nel senso che siamo tutti portati ad utilizzare le carenze degli altri per giustificare le nostre, ritenute comunque trascurabili rispetto alla media.

Proiezione è un termine utilizzato in un senso molto generale in neurofisiologia, nella psicoanalisi e in psicologia. Dal punto di vista cognitivo si tratta di un bias che porta un soggetto a percepire l’ambiente e rispondere a esso in funzione dei propri interessi, attitudini, abitudini, stati affettivi duraturi o momentanei, attese, desideri, ecc. Tale correlazione si verifica a tutti i livelli del comportamento: un animale ritaglia nel campo percettivo alcuni stimoli privilegiati che orientano le sue reazioni; un uomo d’affari considererà tutti le situazioni in una prospettiva di business (deformazione professionale); la persona di buon umore è incline a vedere tutto roseo, ecc. Si parla di proiezione, però, anche quando il soggetto mostra col suo atteggiamento che egli assimila una persona a un’altra generando il fenomeno che la psicoanalisi individua con il nome di transfert. Infine, a volte si definisce proiezione il processo tramite il quale un soggetto attribuisce ad altri le qualità, le tendenze, i sentimenti, i desideri, ecc. che egli non riconosce o rifiuta in se stesso: il razzista, per esempio, proietta sul gruppo disprezzato le proprie colpe e le proprie inclinazioni inconfessate. Si tratta di una difesa di origine molto arcaica che è in azione particolarmente nella paranoia, ma anche in modi di pensiero “normali” come la superstizione. Questo bias, denominato anche disowning projection, sembra il più vicino all’accezione freudiana del termine.

Il diniego è un bias di difesa: consiste essenzialmente nel rifiuto di riconoscere fatti, informazioni, esperienze o aspetti di sé ritenuti penosi, negativi o semplicemente imbarazzanti. Quando il diniego riguarda un problema spiacevole di natura o per le conseguenze che l’affrontarlo procurerebbe, si parla di effetto struzzo, ovvero dell’illusione che il problema stesso possa essere rimosso non riconoscendone l’esistenza. Quando invece ci si riferisce al rifiuto di idee, soluzioni e concetti perché la loro fonte è ritenuta estranea, o ostile, o inferiore, o comunque diversa, lo stesso bias è meglio conosciuto come not invented here: purtroppo molto diffuso a livello organizzativo come modo semplice ma banale per rifiutare l’adozione di buone pratiche, respinte spesso con la motivazione che “noi siamo diversi”.