Da Mosè a Steve Jobs

ovvero la dimensione simbolica della leadership

Un bambino, figlio di immigrati poveri e perseguitati, viene adottato da una famiglia nobile. Diventato adulto, infrange le convenzioni sociali per difendere uno schiavo da un’aggressione ingiusta, e per questo è costretto a fuggire all’estero. Non dimentica però le sorti del suo popolo, ridotto in schiavitù. Con il passare degli anni matura in lui un progetto ambizioso: guidare fuori dal paese un milione di persone, verso un nuovo territorio in cui potersi stabilire e prosperare. Intraprende così una difficile opera di negoziazione e persuasione con i governanti, che non vogliono concedere il permesso di espatrio, e con gli stessi capi della sua gente, molti dei quali considerano il suo piano troppo rischioso. Alla fine, guiderà il suo popolo, per quaranta anni, alla ricerca della terra promessa.

È la storia dell’esodo del popolo ebraico dall’Egitto, raccontata nell’Antico Testamento. Una straordinaria vicenda che si svolge, tra storia e leggenda, nel XIII secolo a.C. e dalla quale emergono le straordinarie doti di leadership di Mosè. Una storia che dimostra come imprese apparentemente impossibili possano venire compiute se sostenute non solo dalla forza di una visione, ma anche da una ferma determinazione e da una forte capacità di persuasione. Dimostra inoltre l’importanza di riuscire a mantenere nel tempo, indipendentemente dall’avversità delle circostanze e dall’assenza di risultati immediati, il livello di motivazione e di ingaggio delle persone. È ovvio che non tutti possano essere, come Mosè, sostenuti dall’appoggio concreto e visibile del proprio Dio; però è anche probabile che le imprese con cui mediamente si viene chiamati a misurarsi non siano così estreme e difficili come quella affrontata nell’esodo.

Ma non è necessario ricorrere alla Bibbia per trovare eccezionali storie di leadership. Per venire a tempi più recenti basta pensare a Mao Tze Dong, John F. Kennedy, Martin Luther King, Ernesto “Che” Guevara, Golda Meir, Gandhi, Margaret Thatcher, Bill Clinton, Giovanni Paolo II, Barak Obama e numerosi altri personaggi la cui visione ha contribuito e contribuirà a cambiare il mondo. Se cerchiamo un riferimento in campo aziendale, non c’è forse esempio migliore di Steve Jobs, fondatore e CEO di Apple. Jobs persegue la sua visione e i suoi obiettivi tramite la motivazione e il coinvolgimento dei suoi collaboratori, da cui riesce a ottenere prestazioni straordinarie. Non è un tecnico, eppure riesce a percepire e anticipare le tendenze nascenti del mercato. La Macworld Conference, meeting annuale di presentazione dei nuovi prodotti Apple, è divenuto un evento mediatico di portata mondiale, grazie soprattutto ai keynote di Steve Jobs, che, vestito in jeans e maglione nero (ormai un suo trade mark), anno dopo anno ha interpretato se stesso e incarnato l’immagine della sua azienda.

Il tipo di leadership esercitato da questi personaggi ha una caratterizzazione visionaria e simbolica; essi si sono cioè rivelati capaci di essere fonte di ispirazione, di utilizzare simboli per catturare e focalizzare l’attenzione delle persone, di fornire interpretazioni dei fatti aziendali e delle scelte compiute o da compiere, di costruire e comunicare una visione. La dimensione simbolica è una delle quattro aree di intervento della leadership, e si caratterizza per alcuni strumenti che descriverò brevemente qui di seguito: la costruzione della visione, il posizionamento, la comunicazione interpersonale e la creazione di fiducia.

Le altre aree di intervento, emerse anch’esse dallo studio di migliaia di casi tratti dalla storia, dalle scienze, dal business, dalla politica, saranno descritte in alcuni prossimi editoriali, e riguardano: le risorse umane, ovvero i processi di apprendimento e condivisione della conoscenza, l’empowerment, le deleghe verso la base della scala gerarchica, la comunicazione; la dimensione politica, cioè la considerazione dei diversi interessi e delle posizioni dei vari stakeholder, la costruzione e il mantenimento di coalizioni e di relazioni, la capacità di persuadere e negoziare; la dimensione strutturale, che fa riferimento all’architettura organizzativa, alle strategie, all’ambiente di impresa, e che richiede capacità di analisi, di interpretazione, di progettazione. Anche se l’importanza delle singole dimensioni è variabile a seconda delle circostanze, il leader deve essere in grado di operare lungo ciascuna di esse. Ad esempio l’area strutturale potrebbe assumere particolare rilevanza in un periodo in cui l’organizzazione stesse attuando un processo di re-engineering; ciò però non farebbe venir meno la necessità di mantenere viva e vitale la visione di lungo periodo. Per questo l’esercizio della leadership è estremamente delicato e complesso; per questo sono abbastanza rari i casi di leader in grado di mantenere la propria funzione in tutti le fasi del ciclo di vita dell’organizzazione.

La visione deve essere in grado di evocare con sufficiente chiarezza, in modo conciso ma con una forte carica anche emotiva, l’immagine di un futuro possibile, credibile e desiderabile. Deve avere una prospettiva di lunghissimo periodo (dieci, venti, cinquanta anni) e non deve quindi esaurirsi in obiettivi di corto respiro, anche se importanti. Una visione opportunamente sviluppata e condivisa è fondamentale per il buon funzionamento delle organizzazioni. Infatti la visione permette di:

•          Costruire misure trasparenti di efficacia per l’organizzazione e le sue componenti (non solo i dirigenti, ma tutti possono, ispirandosi alla visione, distinguere ciò che va nella direzione giusta);

•          Attuare un ampio decentramento del processo decisionale (decisioni autonome sono più facili da prendere e di qualità migliore quando i risultati desiderati sono noti e condivisi e i meccanismi di valutazione chiari e trasparenti);

•          Accrescere il potere del leader (perché il comportamento individuale viene immediatamente rapportato agli obiettivi; però è un potere basato sui valori e non su una rigida catena di comando).

La maggior parte delle organizzazioni dedica poca cura allo sviluppo di una visione. Quanti di coloro che lavorano, anche in posizioni di responsabilità, in aziende, enti, organizzazioni di varia natura, percepisce con sufficiente chiarezza la visione che dovrebbe animarle?

La costruzione della visione costituisce un processo complesso, da svolgere secondo una precisa successione di passi, che presenta anche il beneficio collaterale di fare chiarezza sui valori di riferimento e sui propositi di fondo, contribuendo a definire e riordinare meglio i grandi obiettivi della struttura. Purtroppo, pochi sanno come costruire una visione realmente efficace. La visione deve essere quindi il prodotto dell’attento lavoro di uno staff qualificato. Il compito del leader è quello di scegliere una tra le immagini che gli vengono proposte; deve poi essere autonomamente capace di elaborarla, adattarla alla storia e alla cultura dell’organizzazione, darle forma e legittimità, indirizzare su di essa l’attenzione, in qualche modo anche personificarla.

Un altro potente strumento di leadership è il posizionamento, cioè la capacità e il coraggio di far derivare dalla visione una posizione chiara su tutte le questioni chiave che riguardano l’organizzazione. Prendendo posizione, e soprattutto mantenendola, il leader dà significato alla visione, acquista credibilità e genera fiducia.  Naturalmente, la posizione deve riguardare soprattutto valori e principi. La difficoltà è proprio quella di mantenere il giusto equilibrio tra posizioni di fondo, che devono essere e apparire fermissime in quanto diretta conseguenza della visione aziendale, e le continue necessità di aggiustamenti e di mediazioni su tematiche operative di breve periodo. La posizione deve essere chiaramente visibile, cioè trasparire da decisioni coerenti, dalle azioni. Deve essere sostenuta dalla comunicazione. Infatti, tutti gli sforzi tesi a creare una forte visione e impostare una direzione precisa di sviluppo dell’impresa possono essere resi vani se non accompagnati dalla capacità di comunicare con successo con tutti i livelli dell’organizzazione. Una comunicazione efficace dà significato al lavoro quotidiano delle persone; fornisce non solo informazioni e dati, ma interpretazioni della realtà utili per l’azione. L’impresa diviene così un’unica comunità di saperi, di vedute, di capacità di apprendimento.

Ma probabilmente ciò che meglio specifica il ruolo chiave del leader riguarda la creazione di un diffuso clima di fiducia. L’importanza della fiducia all’interno dei gruppi e, più in generale, come atteggiamento diffuso all’interno di una organizzazione, non sarà mai sottolineata abbastanza. In effetti è dalla presenza o meno di questo clima che si desume se è in atto o meno una leadership efficace. Si può senz’altro dire che i quattro aspetti principali di questo ruolo riguardano la fiducia. In particolare, il leader deve:

•          ispirare fiducia personalmente;

•          generare, nei collaboratori, nei componenti della squadra e, più in generale, dell’organizzazione, fiducia in se stessi e nelle proprie capacità;

•          generare fiducia nelle capacità collettive dell’organizzazione;

•          generare fiducia nelle prospettive future.

La fiducia è contagiosa; un’organizzazione in cui regna questo clima verrà senz’altro percepita all’esterno come sicura di sé, affidabile ed efficiente. L’esperienza ci insegna che esistono vari stili di leadership, a volte estremamente personali. Tuttavia tutti fanno riferimento alla fiducia come elemento base del ruolo e tutti creano fiducia con un attento mix di comportamenti, abilità, competenze e strategie.

Soltanto belle parole, pura filosofia? Non proprio. Quando il 2 marzo scorso Steve Jobs, nonostante il suo precario stato di salute, è salito sul palco della presentazione dell’iPad 2, mandando in visibilio milioni di fan collegati da ogni angolo del pianeta con lo Yerba Buena Vista di San Francisco, non si è trattato esclusivamente della trovata a effetto di un consumato show man. Pochi minuti di jeans e scarpe da ginnastica e la capitalizzazione di borsa della Apple ha fatto un balzo verso l’alto: la quota attribuita dagli analisti alla performance del leader è all’incirca di 2,5 miliardi di dollari.