ovvero l’importanza dei bias cognitivi (e di esserne consapevoli)
Il 25 luglio 1976 la sonda spaziale americana Viking 1, in orbita intorno a Marte, invia per la prima volta sulla Terra la foto di un altopiano nella regione di Cydonia, circa 10° a Nord dell’equatore marziano. Nella struttura, che misura approssimativamente 3 km in lunghezza e 1,5 km in larghezza, molti credono di ravvisare le fattezze di un volto umano (cfr. 1, prima immagine). La “Faccia di Marte”, come venne chiamata, divenne in brave tempo così celebre e popolare da diventare oggetto d’articoli di giornali, libri, talk shows radiotelevisivi e perfino il copione di un film del famoso regista Brian De Palma (Mission to Mars, del 2000). Alla prima missione utile la NASA, al fine di dare una risposta ai naturali interrogativi che una potenziale, anche se quanto mai improbabile, struttura aliena stavano a significare, diede al JPL il permesso di esaminare con maggior accuratezza quella zona. Nell’aprile del 1998 il Mars Global Surveyor fotografò nuovamente la regione di Cydonia (seconda immagine in figura 1).

Le nuove immagini avrebbero dovuto immediatamente fare giustizia di ogni ipotesi di manufatti alieni, ma non fu così: della faccia su Marte si continuò a parlare ancora per molti anni, finché il 21 settembre 2006 l’ente spaziale europeo (ESA) divulgò nuove immagini ad altissima risoluzione della regione di Cydonia (cfr. figura 2). Dalle immagini appare l’origine naturale della cosiddetta “faccia” e delle altre presunte strutture artificiali nell’intorno.

Ma, naturalmente, anche questa prova non ha completamente soddisfatto i complottisti, come ad esempio Richard Hoagland. (autore di The Monuments of Mars: A City on the Edge of Forever, oltre che di un sito web “alternativo” dedicato allo spazio) e lo scrittore azero Zecharia Sitchin, anch’egli titolare di un sito web e autore di molti libri tra cui segnaliamo Divine Encounters: A Guide to Visions, Angels and Other Emissaries, il quale sostiene che vi sono riferimenti a questa formazione marziana nella letteratura sumerica.
La storia della faccia su Marte deriva da un ben noto “bias cognitivo” detto pareidolia (dal greco είδωλον, immagine, col prefisso παρά, simile); si tratta della naturale tendenza a riconoscere forme familiari in immagini disordinate; l’associazione si manifesta in special modo verso i volti umani e le figure animali in generale. Classici esempi sono il viso della luna, oppure i profili umani o animali che a volte ci divertiamo a cercare nelle nuvole, oppure l’associazione di immagini alle costellazioni. Sempre alla pareidolia si può ricondurre la facilità con la quale riconosciamo volti che esprimono emozioni in segni estremamente stilizzati quali le emoticon. Questo bias si è sviluppato con l’evoluzione, che ha favorito gli individui e i gruppi che più facilmente e velocemente riuscivano a riconoscere situazioni di pericolo anche da pochi segni, ad esempio scorgendo un predatore mimetizzato, oppure al contrario a vedere le proprie prede separandone le sagome da quelle dell’ambiente in cui cercavano di nascondersi. Proprio perché prodotto dall’evoluzione si tratta di un bias molto comune, che consente di dare una spiegazione razionale a fenomeni apparentemente paranormali, quali le apparizioni di immagini su muri o la comparsa di “fantasmi” in fotografie. Un fenomeno analogo alla pareidolia (una sorta di pareidolia acustica) si verifica anche per le percezioni uditive, quando si crede di sentire suoni, parole o frasi significative in rumori casuali, come quelli ottenibili da registrazioni eseguite al contrario. Numerose leggende riguardo a presunti messaggi satanici inclusi in canzoni rock ed heavy metal (cfr. ad esempio, il caso di Stairway to Heaven) sono da attribuirsi semplicemente a questo fenomeno, amplificato dai fan e in alcuni casi sfruttato a scopi commerciali dall’industria discografica.
La pareidolia è solo uno dei tantissimi bias cognitivi che, in situazioni particolari, influenzano e distorcono le percezioni ed il giudizio. Come abbiamo visto alcuni di essi si sono generati come comportamenti evolutivi che, almeno nel passato, hanno portato ad azioni più efficaci o hanno permesso di prendere decisioni migliori e più velocemente. Altri sono prodotti come risultato di esperienze, collettive o individuali, che hanno permesso di riscontrare il buon funzionamento pratico di determinati schemi comportamentali, i quali verranno quindi adottati automaticamente. Altri ancora sono indotti dalla naturale tendenza al risparmio di risorse cognitive, per cui valutazioni, decisioni e giudizi scaturiscono immediatamente non appena raggiunta quella che implicitamente si ritiene la soglia minima di informazione necessaria. Infine, particolari visualizzazioni o presentazioni di dati e fatti (framing) possono influenzare il significato che viene attribuito a fatti, fenomeni o avvenimenti.
Poiché tutti siamo affetti da qualche tipo di bias le decisioni acquistano sempre un margine di imprevedibilità e di “irrazionalità”, anche in presenza di fatti apparentemente oggettivi. É importante perciò riconoscere quelli dei nostri interlocutori per sfruttarli a nostro favore o quanto meno per riuscire a prevedere con buona approssimazione comportamenti e decisioni. Occorre anche essere in grado di riconoscere i propri in modo da evitare di essere sottilmente manipolati dagli specialisti della persuasione occulta.
I principali bias cognitivi che sono stati osservati e discussi nell’abbondantissima letteratura in proposito possono essere collocati in quattro classi. La prima è quella del “framing”, cioè del quadro complessivo all’interno del quale vengono inquadrati fatti e messaggi per influenzarne il significato percepito (molto importante nel contesto dei media in cui quasi sempre le notizie sono presentate in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre). I bias semplificanti sono scorciatoie che per mettono di interpretare velocemente fatti, raggiungere rapidamente conclusioni e prendere decisioni in tempi brevi; tali scorciatoie, che si sono formate nei nostri processi cognitivi attraverso millenni di evoluzione, o con decenni di esperienze quotidiane o, qualche volta, semplicemente per pigrizia mentale determinano scostamenti rispetto all’assunzione di razionalità degli agenti implicita nella teoria economica. I bias di controllo riguardano la naturale tendenza a sovrastimare la capacità di controllare gli effetti delle decisioni: l’origine di questi bias risiede con ogni probabilità nel fatto che individui e gruppi che si ritenevano in grado di esercitare un elevato livello di controllo sull’ambiente e sui risultati delle loro azioni in situazioni diverse sono stati storicamente in grado di “rischiare” di più, innovando, creando nuove opportunità per l’acquisizione di risorse, generando sicurezza nei propri mezzi e nelle proprie capacità e procurando così, non solo a loro stessi ma ai loro discendenti, maggiori probabilità di sopravvivenza; molti, naturalmente, avranno subito gravi conseguenze a causa della loro presunzione di controllo, ma sul piano evolutivo la maggiore fiducia nel risultato è risultata statisticamente vincente. Infine, i bias motivazionali riguardano il sistema relazionale, e quindi sia il modo con cui le persone desiderano essere considerate e valutate dagli altri, sia le convinzioni che ci facciamo a questo proposito, sia infine i riflessi di tali convinzioni sui comportamenti.
Riprenderemo l’argomento nei prossimi editoriali; concludiamo per ora con un divertente esempio di framing (tratto da Balsekar, 1996): due giovani monaci studiavano in seminario ed entrambi erano incalliti fumatori. L’educazione religiosa richiedeva lunghi periodi di preghiera che, nonostante la fede, si traducevano per loro in una sofferenza a causa dell’astinenza dal fumo. Poiché ciò causava in loro grave turbamento, decisero di risolvere il problema alla radice chiedendo il permesso di fumare durante le preghiere. Si rivolsero pertanto ai rispettivi superiori. Più tardi, uno chiese all’altro che cosa gli avesse detto il superiore. “Sono stato rimproverato aspramente solo per aver parlato del fatto”, disse il primo. “Ed il tuo superiore, cosa ti ha detto?”. “Il mio è stato molto compiaciuto”, disse il secondo. “Anzi ha detto che facevo benissimo. Ma dimmi, tu che domanda gli ha fatto?” “Gli ho chiesto se posso fumare mentre prego.” “Te la sei voluta tu. Io gli ho chiesto se potevo pregare mentre fumo.”