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Oltre il linguaggio: l’importanza della gestualità

Ogni gesto di un essere umano è sacro e pregno di conseguenze scrive Paulo Coelho in “Sono come il fiume che scorre” (2006). Effettivamente gran parte della comunicazione avviene proprio attraverso i gesti grazie alla capacità che hanno di veicolare in modo più chiaro e convincente i pensieri e mantenere l’interazione più solidale e costruttiva.

La comunicazione gestuale è, forse, la forma di espressione più antica, quella ideata dall’uomo che, prima ancora di scoprire il linguaggio verbale e iconico, ha trovato in esso un modo per instaurare rapporti con i propri simili. I gesti sono pressoché infiniti: dai più semplici (il movimento della testa per esprimere assenso o diniego) ai più complessi ed elaborati che nel caso del teatro o della danza possono diventare vera e propria narrazione.

E’ anche per questo che il linguaggio cinesico, e in particolare quello gestuale, ha da tempo riscosso grande interesse tra gli studiosi tanto per il suo uso quanto per la sua origine e decodificazione. Attraverso queste tre grandi lenti di ingrandimento (usage, origin e coding) due studiosi di comunicazione della Scuola di Palo Alto, Paul Ekman e Wallace Friesen, hanno proposto cinque principali categorie di gesti.

1) Gesti illustratori: sono quelli che accompagnano il parlato modificandolo e integrandolo (ad esempio riprodurre con le mani la forma dell’oggetto di cui si sta parlando). Direttamente legati al discorso, ne chiariscono il contenuto: possono ripetere, sostituire, contraddire o accrescere l’informazione fornita verbalmente e sono i più efficaci perché stimolano nel destinatario del messaggio iconico sia l’emisfero sinistro che quello destro grazie all’associazione con il movimento fisico che favorisce un immagazzinamento delle informazioni più duraturo e incorrotto nel tempo.

2) Gesti emblematici: detti anche simbolici, sono quelli più vicini alla categoria verbale perché sono dotati di autonomia semantica e possono sostituire vere e proprie frasi. E’ il caso del gesto per chiedere l’ora o ancora portarsi la mano all’orecchio, formando con le dita una cornetta, che sostituisce la frase “sentiamoci per telefono”. Sono molto efficaci perché possono essere usati quando la comunicazione verbale è ostacolata o resa difficoltosa ad esempio per il rumore o la differenza linguistica.

3) Gesti regolatori:sono quelli che servono a mantenere o segnalare un cambiamento di ruolo nell’interazione. Sono per lo più cenni del capo, espressioni del volto, scambi di sguardi e veri e propri gesti manuali ad esempio la consueta alzata di mano per essere ammesso a parlare. Il più delle volte vengono usati come segnali di attenzione e, più in generale, di feedback.

4) Gesti emotivi: si tratta per lo più di espressioni del volto, di natura psicosomatica e, pertanto, difficilmente controllabili. Un esempio è il rossore improvviso oppure semplicemente mostrarsi più impacciati. Sono molto utili perché permettono al comunicatore di esprimere le proprie emozioni e al destinatario del messaggio di comprendere meglio la personalità di chi ci sta di fronte.

5) Gesti adattivi o adattatori: sono quelli che agiscono sul piano emozionale e servono ad entrare in contatto emotivo con l’interlocutore. Sono spesso privi di finalità e sono per lo più inconsapevoli come ad esempio lisciarsi un indumento, alzare il bavero della giacca o togliere un pelucchio dal maglione.

Ekman e Friesen ammettono che queste categorie non hanno carattere di esclusività, nel senso che un gesto può appartenere a più di una categoria.

Naturalmente una classificazione dei gesti può essere effettuata seguendo vari parametri. Una delle più note, cosiddetta universale, è quella elaborata da Robert A. Barakat che distingue quattro categorie di gesti.

  • Gesti autistici: gesti personali che sono direttamente legati al parlato, all’intonazione melodica e alle altezze di tono e servono per marcare i tratti grammaticali e ad esprimere una parte di significato (spesso emozionale) che non viene codificato verbalmente.
  • Gesti indotti culturalmente: movimenti del corpo che sono il prodotto dell’inserimento del soggetto entro una certa cultura. Questi gesti sono appresi inconsciamente e, altrettanto inconsciamente, riprodotti. Ne fanno parte certi modi di camminare e di sedere, di inchinarsi e di muovere la testa.
  • Gesti semiotici: segni che sono i sostituti di espressioni verbali ma non universali. Si tratta, cioè, di gesti che hanno significato solo all’interno di una determinata cultura, mentre il loro apparire in un ambito culturale diverso può essere completamente sprovvisto di significato, o, accidentalmente, avere un significato diverso.
  • Gesti tecnici: formano dei sistemi specifici di gruppi particolari, che li utilizzano professionalmente quando la comunicazione verbale è impossibile, interdetta o inadatta. E’ il caso dei codici gestuali dei monaci di clausura, quelli dei sordomuti, degli indiani d’America ma anche quelli dei venditori d’asta, degli arbitri, dei camionisti, dei mercanti e così via.

Ma come entrano in relazione gesto e parola? Fondamentalmente essi possono entrare in relazione attraverso quattro differenti livelli:

  1. La lingua è subordinata al gesto (il codice cinesico prevale, cioè, su quello verbale. Si parla di “gesto traduzione” poiché è il gesto il vero portatore del messaggio e la parola serve solo come strumento interpretativo. E’ il caso soprattutto dei gesti simbolici che, abbiamo visto, a volte si rivelano più esaustivi delle parole).
  2. Il gesto è subordinato alla parola (il codice verbale prevale su quello cinesico e il messaggio è veicolato essenzialmente attraverso le parole. Viene detto “gesto situazionale” ed é il caso dei gesti illustratori e adattivi che, infatti, non hanno significati autonomi ma conferiscono al messaggio verbale maggiore incisività comunicativa).
  3. Parola e gesto sono interdipendenti (linguaggio cinesico e verbale concorrono unitamente a costituire il messaggio integrandosi a vicenda. Si parla di “gesto tandem” e riguarda soprattutto i gesti regolatori che, infatti, hanno un significato tale da risultare completo solo se verbalizzato).
  4. Parola e gesto non sono correlati (linguaggio verbale e linguaggio cinesico non hanno correlazioni evidenti. E’ il caso dei gesti emotivi i quali, non a caso, sono chiamati spesso “gesti slegati” proprio perché non sono direttamente riconducibili all’informazione verbale alla quale si rapportano.

Questo, per grandi linee, il rapporto tra linguaggio squisitamente verbale e linguaggio gestuale che fa parte, appunto, del linguaggio cinesico e del linguaggio paraverbale. Quest’ultimo, tuttavia, non si compone solo di gesti bensì di un’ampia serie di componenti che analizzeremo nel prossimo numero de Il Punto.