{"id":596,"date":"2011-06-15T07:44:09","date_gmt":"2011-06-15T07:44:09","guid":{"rendered":"http:\/\/ilpuntomagazine.net\/?p=596"},"modified":"2011-06-15T07:44:09","modified_gmt":"2011-06-15T07:44:09","slug":"larsenale-di-venezia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/2011\/06\/15\/larsenale-di-venezia\/","title":{"rendered":"L&#8217;arsenale di Venezia"},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Una modernissima fabbrica di tanti secoli fa<\/h4>\n\n\n\n<p><em>Quale nell\u2019arzan\u00e0 de\u2019 Viniziani \/ bolle l\u2019inverno la tenace pece \/ a rimpalmare i legni lor non sani, \/ che navigar non ponno; in quella vece \/ chi fa suo legno novo e chi ristoppa \/ le coste a quel che pi\u00f9 viaggi fece; \/ chi ribatte da proda e chi da poppa; \/ altri fa remi ed altri volge sarte; \/ chi terzeruolo e chi arimon rintoppa (Inf. XXI 7 \u2013 14)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Dante aveva visitato l\u2019Arsenale di Venezia probabilmente dopo i grandi lavori di ampliamento del vecchio arsenale, costruito nel 1104, avvenuti durante i primi anni del 1300; ne era rimasto cos\u00ec impressionato da porlo come termine di paragone nell\u2019ottavo cerchio della quinta bolgia infernale, laddove i barattieri, coloro cio\u00e8 che avevano fatto illecito commercio di cose pubbliche, vengono immersi nella pece bollente. Le tre terzine offrono un quadro assai vivo e movimentato dell\u2019attivit\u00e0 che nell\u2019Arsenale si svolgeva: tanti uomini intenti ciascuno al proprio lavoro, specializzati in quasi<br> tutti i campi della fabbricazione e manutenzione delle navi.<br>Tale frenetica attivit\u00e0 era, in realt\u00e0, comune a<br> tutti gli altri arsenali delle grandi citt\u00e0 portuali e marittime, eppure Venezia seppe sempre rivaleggiare e prevalere nei confronti di tutto il mondo antico. Ci\u00f2 che ci interessa analizzare in questo articolo \u00e8, infatti, la sua originale struttura produttiva e, soprattutto, l\u2019organizzazione lavorativa che la rende ancora oggi, alla luce delle odierne conquiste del mondo del lavoro, un esempio unico.<br>L\u2019origine dell\u2019Arsenale di Venezia si fa risalire al 1104 con il Doge Ordelafo Faliero, nella zona sita tra i Conventuali di San Pietro del Castello e la parrocchia di San Giovanni in Dragone. L\u2019ubicazione era stata dettata non solo da motivi strategici (zona attaccabile solo dal mare e facilmente difendibile da terra), ma anche economici (zona di arrivo del legname del Cadore). Agli inizi del Trecento la \u201cdarsena vecchia\u201d fu ampliata con l\u2019area del lago di San Daniele, divenendo la \u201cdarsena nuova\u201d e successivamente, grazie all\u2019annessione della zona di Stradal Campagna, inizi\u00f2 ad essere chiamata \u201cdarsena nuovissima\u201d anche per l\u2019allestimento di fonderie, officina dei remi, corderia della Tana, un\u2019officina per le artiglierie, la fabbricazione di polvere da sparo e perfino forni pubblici con magazzini di cereali per produrre il \u201cbiscotto\u201d, la galletta secca che fungeva da cibo della ciurma imbarcata.<br>Dopo la battaglia di Lepanto furono realizzate anche alcune abitazioni per le maestranze e due poderose porte, una di terra, a mo\u2019 di arco trionfale sormontato dal leone di S. Marco, e una di mare con due imponenti torri.<br>Per meglio valutare la filosofia economica e industriale del concetto dell\u2019Arsenale Veneziano prendiamo ad esempio la corderia, che non produceva soltanto corde, ma anche vele e stoppa. La canapa era, alla pari del legno, il prodotto strategico per l\u2019industria navale di allora, ma era soggetta a importanti variazioni di prezzo dovute ai raccolti e all\u2019importazione del prodotto finito lavorato altrove. La pianta (Cannabis sativa), era prodotta soprattutto in Asia lungo le pianure del Don specialmente nel territorio del delta sul Mar d\u2019Azov: da l\u00ec Venezia importava la materia prima (oltre che da coltivazioni sulla terraferma, in Veneto, in Emilia e nelle Marche). La materia prima veniva lavorata nell\u2019Arsenale, nella corderia della Tana con metodi originali in grado di garantire forniture regolari a costi contenuti. Il prodotto finito usciva da particolari fori di diverso diametro e veniva tagliato alla lunghezza desiderata, evitando sprechi di un materiale allora costosissimo. Analogo discorso pu\u00f2 essere fatto per il legname, che arrivava grezzo all\u2019Arsenale e veniva poi lavorato in loco secondo le necessit\u00e0 con una grande economia.<br>Ci troviamo quindi di fronte ad un prototipo di \u201cindustria accentrata\u201d, cio\u00e8 di una attivit\u00e0 di trasformazione svolta da lavoratori specializzati, dietro compenso pattuito, in uno stesso luogo, sotto una precisa direzione, con controllo sulla manodopera, ottimizzazione degli standard operativi, utilizzo di tecnologie avanzate (talora coperte da riserbo o segreto), stante l\u2019unicit\u00e0 del prodotto da realizzare.<br>Un\u2019altra peculiarit\u00e0 dell\u2019arsenale, anch\u2019essa attuale, era quella di far parte del tessuto urbano e di caratterizzare un preciso sestiere della citt\u00e0; la superficie si estendeva su 26 ettari e impieg\u00f2, nei momenti di maggiore attivit\u00e0, fino a 4500 lavoratori, circa i 5% della forza lavoro attiva di Venezia.<br>Ma se moderna era la fabbrica altrettanto interessante e attuale fu la struttura del rapporto con gli operai iscritti nel libro delle Maestranze dell\u2019Arsenale, che da semplici prestatori d\u2019opera, divennero via via una \u201ccasta\u201d elitaria, strutturale al potere della Serenissima. Agli albori dell\u2019Arsenale esso poteva essere identificato come un qualsiasi altro cantiere come tutti gli altri a Venezia, solamente non privato, ma pubblico. Carpentieri e calafati venivano pagati a giornata, nel pubblico come nel privato per realizzare o riparare le navi. Non vi era alcun modello lavorativo e ciascuno costruiva le imbarcazioni secondo l\u2019esperienza tramandata dalle precedenti generazioni; cos\u00ec come, dalle precedenti generazioni, ciascuno aveva ereditato i propri arnesi da lavoro ed era iscritto a una specifica corporazione che lo tutelava fissando, tra l\u2019altro, il costo della mano d\u2019opera. Si lavorava se c\u2019erano commesse, altrimenti si cercava lavoro altrove. Fu verso la seconda met\u00e0 del Duecento che la Repubblica Serenissima intese dare una diversa organizzazione alle maestranze dell\u2019importante complesso.<br>\u00abCi troviamo quindi di fronte a un prototipo di industria accentrata, cio\u00e8 di una attivit\u00e0 di trasformazione svolta da lavoratori specializzati, dietro compenso pattuito, in uno stesso luogo, sotto una precisa direzione, con controllo sulla manodopera, ottimizzazione degli standard operativi, utilizzo di tecnologie avanzate.\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>I lavoratori vennero inseriti in un elenco, il \u201clibro delle Maestranze dell\u2019Arsenale\u201d, con l\u2019obbligo di presentarsi e lavorare per lo Stato qualora fosse richiesto ma anche con la possibilit\u00e0 di prestare la loro opera altrove, rimanendo membri delle corporazioni di provenienza e godendone i vantaggi. Nel Trecento il 75% del personale era<br> composto da tre importanti e potenti categorie: i carpentieri, i remieri o fabbricanti di remi e i calafati cio\u00e8 coloro che con stoppa e pece assicuravano l\u2019impermeabilizzazione della nave. I rimanenti lavoratori (cordai, fabbri, fonditori di artiglierie, fabbricanti di polvere da sparo, panettieri) erano addetti all\u2019armamento delle navi. Tutti i mastri dei tre principali mestieri venivano pagati, quando richiesti dell\u2019autorit\u00e0 dell\u2019Arsenale, a giornata per un compenso giornaliero inferiore a quello di mercato permettendo alla Serenissima di mobilitare, all\u2019occorrenza, grande ed efficiente forza lavoro. Nei giorni in cui non vi fosse bisogno di tutti o di parte degli operai, essi potevano lavorare negli squeri privati, ma remieri e carpentieri avevano diritto a presentarsi all\u2019arsenale ed essere pagati anche nei giorni in cui non avessero trovato lavoro altrove. I calafati, corporazione meno potente, godevano della met\u00e0 del salario e gli altri lavoratori avevano diritto a compensi nei giorni di inattivit\u00e0 di minore entit\u00e0. Insomma, nell\u2019Arsenale, era stata istituita una \u201ccassa integrazione\u201d ante litteram. Ma vi era anche la cassa mutua. In caso di malattia, infatti, gli operai venivano curati dai medici dell\u2019Arsenale, e percepivano una pi\u00f9 o meno modesta indennit\u00e0 anticipando, in modo inconsapevole, il sistema sanitario odierno.<br>Le favorevoli condizioni di vita e di lavoro<br>degli operai dell\u2019Arsenale tuttavia, portarono inevitabilmente a degli abusi, quali il saccheggio di materiale, assenteismo o scarso rendimento. Il Senato della Serenissima corse ai ripari con regole ferree; l\u2019iscrizione al libro delle maestranze venne rigorosamente selezionata, vennero istituiti \u201cappontatori e despontatori\u201d che controllavano presenze e impegno di lavoro e \u201ccapitani\u201d che avevano la custodia dell\u2019Arsenale, controllavano i furti e le eventuali fughe di notizie tecniche. In questi casi si arriv\u00f2 a comminare pene severissime ai colpevoli che potevano giungere all\u2019esilio o addirittura alla pena capitale qualora si ravvisasse lo spionaggio industriale. Per garantire un maggior controllo del personale gli operai vennero messi sotto il comando del \u201cproto\u201d, colui che sapeva disegnare i profili dalla nave e realizzarla e divisi in squadre omogenee. A ogni squadra venne assegnato un dock di costruzione con la possibilit\u00e0 da parte delle autorit\u00e0 dell\u2019Arsenale di verificare lo stato di avanzamento dei lavori. I proto erano incaricati di suddividere i lavoratori nei vari reparti, controllare la qualit\u00e0 delle materie prime (legni e cordami) e provvedere alla standardizzazione delle fasi del processo di costruzione. Rispetto al passato ai proto fu chiesto di insegnare il mestiere agli apprendisti (l\u2019odierno stage) e furono sottoposti a controlli severi che prevedevano una loro conferma ogni 5 anni in base allo zelo e alle capacit\u00e0 dimostrate.<br>Dunque, in breve tempo, l\u2019accozzaglia di artigiani autonomi, individualisti e senza disciplina che avevano impressionato Dante, divenne una corporazione di militari\u2013operai, con un elevato senso di appartenenza, con compiti anche di rappresentanza, privilegiati (potevano lasciare il posto di lavoro al figlio), ma rigidamente inquadrati come, appunto, un vero e proprio corpo militare.<br>Avevano compiti di sorveglianza durante le sedute del Maggior Consiglio, compiti di ronda nottetempo della citt\u00e0, formavano l\u2019equipaggio del Bucintoro durante la cerimonia dello \u201csposalizio del mare\u201d e costituivano perfino il corpo dei pompieri. L\u2019Arsenale aveva indubbiamente costi elevatissimi per le casse dello Stato ma grazie ai processi produttivi, all\u2019organizzazione del lavoro, alle maestranze, in caso di bisogno, fu in grado di varare una galera perfettamente armata in una giornata\u2026 come i cantieri americani della seconda guerra mondiale con le navi liberty\u2026 tre secoli e mezzo dopo. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una modernissima fabbrica di tanti secoli fa Quale nell\u2019arzan\u00e0 de\u2019 Viniziani \/ bolle l\u2019inverno la tenace pece \/ a rimpalmare i legni lor non sani, \/ che navigar non ponno; in quella vece \/ chi fa suo legno novo e chi ristoppa \/ le coste a quel che pi\u00f9 viaggi fece; \/ chi ribatte da&hellip;&nbsp;<a href=\"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/2011\/06\/15\/larsenale-di-venezia\/\" rel=\"bookmark\">Read More &raquo;<span class=\"screen-reader-text\">L&#8217;arsenale di Venezia<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_coblocks_attr":"","_coblocks_dimensions":"","_coblocks_responsive_height":"","_coblocks_accordion_ie_support":"","neve_meta_sidebar":"","neve_meta_container":"","neve_meta_enable_content_width":"","neve_meta_content_width":70,"neve_meta_title_alignment":"","neve_meta_author_avatar":"","neve_post_elements_order":"","neve_meta_disable_header":"","neve_meta_disable_footer":"","neve_meta_disable_title":"","footnotes":""},"categories":[1],"tags":[28],"coauthors":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/596"}],"collection":[{"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/6"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=596"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/596\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=596"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=596"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=596"},{"taxonomy":"author","embeddable":true,"href":"https:\/\/ilpuntomagazine.net\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/coauthors?post=596"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}